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Per la critica del capitalismo

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Guglielmo Carchedi
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Professore Università di Amsterdam

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L’arte del fare confusione

Guglielmo Carchedi

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Secondo, fino a adesso abbiamo supposto che il momento finale di un periodo è anche il momento iniziale del periodo seguente. Per esempio, t1 è sia il punto finale di t0-t1 che il punto iniziale di t1-t2. Ma, naturalmente, è possibile che i mezzi di produzione (martello) prodotti nel periodo t0-t1 da Bianchi siano venduti a t1 a Rossi ma rimangono inusati durante t1-t2 e entrano la produzione di Rossi solo nel periodo successivi, t2-t3. In tal caso, la procedura messa in risalto più sopra al fine di calcolare la valutazione sociale delle ore di lavoro contenute in quei mezzi di produzione e trasferite al prodotto a t1, si applica a t2, il momento in cui esse entrano nel nuovo periodo di produzione. Questo è importante perché se, durante t1-t2, quei mezzi di produzione sono stati deprezzati a causa di innovazioni tecnologiche, il valore di quei mezzi di produzione che entrano a t2-t3 è determinato a t2 ed è più basso di quello che essi avevano a t1. Anche qui vi è stata una trasformazione quantitativa del valore degli input come input. Anche qui, a t3, vi è una ridistribuzione del valore che gli input avevano a t1, non a t2.

Un punto dovrebbe essere chiaro. L’uso della determinazione simultanea (nella quale tutto è calcolato allo stesso tempo) è la procedura usata dall’approccio simultaneista (sraffiano). Tuttavia, questo non è un motivo per metter al bando la determinazione simultanea. La sua applicazione per la determinazione dei prezzi delle merci ha senso ma solo per quelle merci che sono comprate e vendute allo stesso tempo (tutti gli input a t1 o tutti gli output a t2). Più precisamente, dato il periodo t1-t2, i prezzi di produzione (valori trasformati) degli output di tutti i settori sono determinati simultaneamente a t2. Anche i valori non trasformati degli input (valori d’uso differenti dagli output) sono determinati simultaneamente ma a t1, dato che è il valore trasformato di quelle stesse merci vendute a t1 come output del periodo precedente, t0-t1. Non vi è quindi una determinazione simultanea degli input e degli output dello stesso periodo e quindi degli input come se fossero gli output dello stesso periodo. Piuttosto, vi sono due determinazioni simultanee in tempi diversi: a t1, degli input di t1-t2, e a t2 degli output dello stesso periodo. Di nuovo, non vi è alcuna ragione di supporre che i prezzi debbano essere gli stessi. Di nuovo, non vi è alcun problema della trasformazione.

Il nocciolo della questione è che non vi è nulla di inerentemente sbagliato nell’usare la determinazione simultanea, nella misura in cui essa si pone in una dimensione temporale. È l’approccio temporale che dà significato alla determinazione simultanea. Una volta fatto questo, non vi è una sola determinazione simultanea del prezzo sia degli input che degli output dello stesso periodo (in qual caso vi sarebbe un problema della trasformazione). Piuttosto, vi sono due determinazioni simultanee, una per gli input a t1, e una per gli output a t2. [1]

Nelle pagine precedenti, una questione ha giocato un ruolo implicito. È ora di porla esplicitamente: com’è possibile che l’economia ortodossa cancelli il tempo e com’è possibile che questo grossolano errore logico continui ad essere ripetuto ogni volta? Si potrebbe sostenere che molti economisti, avendo studiato (solo) l’economia ortodossa, hanno interessi particolari e una chiara percezione dei vantaggi personali che risultano dalla loro posizione teorica. Questo è certamente il caso. Si potrebbe altresì sostenere che molti economisti credono sinceramente che la procedura di Marx della trasformazione, e più generalmente le sue categorie analitiche fondamentali, sono - come abbiamo visto, per diverse ragioni - logicamente insufficienti o inadatte a spiegare il mondo odierno. Anche questo è certamente vero. Quello che si mette in dubbio non è la loro sincerità, solo il loro metodo di analisi e i loro risultati. Ma, indipendentemente dalle motivazioni personali, una spiegazione di un fenomeno sociale necessita cause sociali. Quindi, le ragioni della forza di un’ideologia devono essere cercate nel suo contenuto ideologico, di classe. Questo vale anche nel caso dell’economia simultaneista. La tesi che propongo è che il simultaneismo è funzionale alla teorizzazione di un’economia capitalistica nella quale lo sfruttamento non esiste e che è in uno stato di equilibrio, o tende verso di esso (cioè senza crisi). Soffermiamoci un minuto su questa questione d’importanza cruciale. Incominciamo con l’equilibrio.

Come visto, nel simultaneismo il prezzo degli input di un certo periodo di produzione sono determinati simultaneamente al prezzo degli output dello stesso periodo. Quindi il tempo è cancellato. Ma se questo è vero, le variazioni dei prezzi tra l’inizio e la fine di quel periodo diventano impossibili. Lo stesso vale per le fluttuazioni nella produzione di valore. Quindi diventa impossibile teorizzare le crisi. [2] Il simultaneismo apre la porta ad un’analisi del mondo costituzionalmente libero da crisi e contraddizioni e quindi in equilibrio (o tendente verso esso). I teorici dell’equilibrio non negano che vi siano crisi ma si suppone che esse siano una deviazione dal sentiero dell’equilibrio, non si suppone che siano inerenti alla natura del sistema. In questo caso, la teorizzazione più appropriata del capitalismo dovrebbe concentrasi su questo stato di grazia, tendenzialmente libero da crisi. Più importante di tutto, essi sostengono che il pieno impiego è possibile. Da quest’angolo, comunemente accettato anche da molti marxisti, i prezzi di produzione sono prezzi d’equilibrio.  [3]

L’ovvia osservazione empirica che le crisi sono endemiche non turba i teorici dell’equilibrio. Essi sostengono che il pieno impiego è stato raggiunto in periodi di crescita vigorosa in alcune nazioni. Se questo è stato così, essi sostengono, il pieno impiego e quindi l’equilibrio devono essere possibili. Ma questa è una favola per almeno tre ragioni. Primo, il pieno impiego non è mai esistito nel capitalismo. È risaputo che le statistiche sulla (dis)occupazione sono basate su certe nozioni e definizioni che (a) considerano un certo livello di disoccupazione come ‘naturale’ e (b) nasconderebbe la disoccupazione anche se, secondo tali definizioni, fosse zero. Secondo, anche se volessimo credere alle statistiche, esse dimostrerebbero che il pieno impiego è al massimo congiunturale, non permanente. E terzo, anche se volessimo accettare la possibilità del pieno impiego e di estenderlo indefinitamente attraverso ‘corrette’ politiche anti-congiunturali, s’ignorerebbe il semplice fatto che ad una situazione di pieno impiego in alcuni paesi corrisponderebbe una situazione di disoccupazione in altri paesi, sia nel centro imperialista sia (e soprattutto) nei paesi dominati. [4]

Se si abbandona il simultaneismo, si abbandona anche l’equilibrio e quindi la via è sgombra per una teorizzazione delle crisi come inerenti al capitalismo. E in effetti, la tendenza nel capitalismo (se si astrae dalle contro-tendenze) è verso le crisi. È semplicemente impossibile che il sistema possa tendere verso crisi, instabilità, disoccupazione, ecc. e allo stesso tempo tendere verso uno stato di stasi, d’equilibrio. Ma se il sistema tende verso le crisi, l’equilibrio può essere al massimo un evento fortuito senza valore teorico. Conseguentemente, i prezzi di produzione non sono prezzi d’equilibrio.  [5]

Secondo, come sottolineato da Kliman (2001), il simultaneismo disconosce implicitamente che le grandezze in valore siano determinate dalle grandezze in lavoro e quindi che il lavoro sia la sostanza del valore. Infatti, se i prezzi degli input di un periodo sono uguali a quelli degli output dello stesso periodo, i prezzi sono per definizione costanti. Ma se i prezzi sono per definizione costanti, non importa se, nel periodo t1-t2, io aggiungo un’ora o cento ore di lavoro. I prezzi degli output rimangono comunque uguali a quelli degli input. O, i valori delle merci non sono determinati dalla quantità di lavoro usata per la loro produzione. Il lavoro come sostanza del valore, e quindi il valore, diventano ridondanti. Ma se il valore è ridondante, così è il plusvalore e con esso lo sfruttamento. Non c’è male come conclusione, per il capitale.

A questo punto, i fisicalisti (coloro che teorizzano l’economia in termini di oggetti fisici, cioè valori d’uso) obiettano che lo sfruttamento potrebbe in ogni caso essere calcolato in termini di valori d’uso. Per esempio, dato che in 8 ore i lavoratori producono 10 pagnotte di pane, se 5 vanno ai capitalisti, il tasso di plusvalore (di sfruttamento) è s/v = 5/5 = 100%. Tuttavia, nel settore dei beni di produzione e in quello dei beni di lusso tutto il prodotto va ai capitalisti. Quindi, se consideriamo un bene in uno di questi due settori, il tasso di sfruttamento è infinito! E, dato che il tasso di profitto dipende dal tasso di sfruttamento, anche il tasso di profitto, se potesse essere calcolato per più di un bene, o addirittura per tutta l’economia, sarebbe infinito. Ma tale calcolo è precluso. Supponiamo che i lavoratori, oltre a produrre 8 pagnotte di pane in 10 ore, producano anche 10 computer di cui 8 vanno ai capitalisti. Nel settore dei computer il tasso di sfruttamento è 8/2 = 400%. Qual’è allora il tasso di sfruttamento per il settore dei beni salariali? È una media? È (5 pagnotte + 8 computer)/(5 pagnotte + 2 computer) uguale a (13/7) = 185%? Che senso economico ha una media di merci qualitativamente diverse? E se non è una media di valori d’uso, di che cosa è una media, dato che il lavoro astratto è escluso? Un tasso di sfruttamento calcolato in termini fisici è possibile solo alle condizioni più restrittive, cioè solo se una sola merce è considerata nel solo settore dei beni salariali. Si noti che questo non può essere considerato come un primo passo verso un modello più completo. Nel momento in cui si considerano due o più merci nel settore dei beni salariali o anche una sola merce nei settori dei beni capitali o di lusso, il modello implode.

Non rimane che un ultimo rifugio che sfortunatamente è accettato anche da alcuni marxisti, e cioè il calcolo del tasso di sfruttamento semplicemente in termini monetari. Ma la moneta non può comprare nulla senza essere, per definizione, la misura del suo valore. Se compra valori d’uso, deve essere la misura del valore di quei valori d’uso. Ma il denaro può misurare il valore di un paio di forbici e confrontarlo con quello di un computer solo se queste due merci hanno qualcosa in comune. Questo non può che essere il lavoro astratto. Uno potrebbe proporre che il denaro stesso è sia valore che la misura del valore. Ciò è insostenibile. Infatti, se il denaro è la misura di null’altro che di se stesso, perché un’automobile dovrebbe costare dieci volte più di un computer (si veda la sezione 6 per maggiori dettagli)? Questa posizione preclude una teoria dei prezzi. Naturalmente, un’economista neo-classico ricorrerebbe immediatamente alla domanda. Ma questo non è di conforto, dato che una teoria dei prezzi basata sulla domanda e offerta è (a) empiricamente indeterminata (b) teoreticamente invalida (c) non verificabile e (d) carica di contenuto ideologico (si veda Carchedi, 2001a per una critica dettagliata). Per i nostri fini sarà sufficiente dimostrare la invalidità della teoria, cioè il punto (b). Farò riferimento solo alla teoria dell’equilibrio parziale. La critica vale, mutatis mutandi, anche per la teoria dell’equilibrio generale.

Per trovare il prezzo di equilibrio, la teoria dell’equilibrio parziale trova il punto di intersezione delle curve della domanda e dell’offerta. Al fine di tracciare la curva della domanda, questa teoria prima presuppone tutti i possibili prezzi corrispondenti a tutte le possibili quantità domandate, compreso il prezzo di equilibrio e la quantità che si vuole trovare. Poi, ripete la stessa procedura per la curva dell’offerta. Infine procede a ‘determinare’ il prezzo di equilibrio (e la quantità) nel punto in cui la curva della domanda interseca la curva dell’offerta. Ma le curve della domanda e dell’offerta sono tracciate sulla base di certe combinazioni di prezzi e quantità e quindi sono solo una riaffermazione grafica di quelle combinazioni. Questi prezzi e quantità sono presupposti e quindi lo è anche il prezzo di equilibrio. Al massimo, le due curve potrebbero selezionarlo tra molti altri, non lo determinano, cioè non spiegano la sua formazione. Se lo scopo è di spiegare la formazione del prezzo e della quantità di equilibrio, la teoria è circolare perché quel prezzo e quella quantità sono già stati postulati come una di tutte le possibili combinazioni di prezzi e quantità.

Per vedere questo, consideriamo un’automobile ed un computer. La prima costa, diciamo, dieci volte in più del secondo. Perché? Perché i compratori dovrebbero voler pagare, costantemente e non per caso, dieci volte di più per un’automobile che per un computer? Non servirebbe proporre che gli input dell’automobile costano di più di quelli del computer e che il prezzo di tali input è il prezzo di equilibrio che è dato dalle rispettive curve della domanda e offerta. Ma perché i componenti dell’automobile costano di più di quelli del computer? Una risposta in termini di domanda e offerta sfugge alla circolarità in questo periodo ma la ricrea nel periodo precedente e neppure una determinazione simultanea può dare una risposta.

Ma questa teoria non solo non può spiegare (determinare) le quantità e i prezzi di equilibrio, non può nemmeno spiegare la loro selezione. La forma discendente verso il basso della curva della domanda (che indica che quando i prezzi aumentano la domanda diminuisce e quando i prezzi diminuiscono la domanda aumenta) può essere tracciata sulla base di una ipotesi specifica. Questa è che, nel determinare la relazione tra il prezzo e la quantità domandata di un certo bene, per esempio un’automobile, si suppone che tutti gli altri fattori che influenzano quel prezzo e quella quantità (includendo i prezzi e le quantità domandate di altri beni e il reddito disponibile dei consumatori) non cambino. In altre parole, la forma della curva della domanda dipende dalla condizione del ceteris paribus, che verrà abbreviata come CCP. Infatti, se agli altri fattori fosse permesso di influenzare il prezzo e la quantità domandata, la relazione tra prezzo e quantità domandata di quel bene diventerebbe indeterminata. La CCP è necessaria. Tuttavia la CCP è insostenibile in questo caso.


[1] Talvolta si asserisce che l’unica differenza tra un approccio simultaneista e uno temporale è che il secondo pone indici di tempo in diverse serie di equazioni simultanee. Ciò non colpisce nel segno. Si può dare un certo indice di tempo ad una serie di equazioni simultanee e tuttavia si può ritenere l’assurda nozione che gli output e gli input di quel periodo sono gli stessi cosicché i loro prezzi dovrebbero essere gli stessi (cioè determinati dalla stessa serie di equazioni simultanee).

[2] Non è un caso che nell’economia ‘ufficiale’ le crisi siano causate da errori umani. Ma nessuno sa perché gli stessi errori continuino ad essere ripetuti ogni volta di nuovo. Il keynesismo crede che tutti i risparmi possano essere investiti. Se ciò non succede, una politica economica volta a stimolare gli investimenti può raggiungere il pieno impiego. Bellofiore (2000b) è d’accordo (dal suo punto di vista) e propone una politica economica sulla base di questa possibilità. Io critico questa posizione in Carchedi, 2000c. Screpanti (2000) reagisce alla mia critica e sostiene che la nozione di ‘disoccupazione naturale’ è aliena al keynesismo. Questo rende la sua posizione ancor più insostenibile perché implica la tesi che sia possibile raggiungere un tasso di disoccupazione veramente uguale a zero.

[3] L’articolo di Wolff, Callari e Roberts (1982) è uno dei pochi lavori che sostiene che (1) “ciò che Marx cerca non è una soluzione di equilibrio” (p.573), che (2) la nozione di tempo di lavoro socialmente necessario è “prima scelta (primo Volume) e poi superata (terzo Volume) a seconda dei requisiti dell’esposizione di Marx della sua teoria” (p.572, traduzione mia, G.C.), che (3) il tempo di lavoro socialmente necessario incorporato nei mezzi di produzione è il tempo di lavoro necessario per riprodurli (p.574), e che (4) il valore dei mezzi di produzione che entrano nel valore del prodotto è il loro prezzo di produzione, il loro valore trasformato (p.574). Inoltre, quest’articolo sfida la critica della circolarità sul terreno metodologico. In questo senso, tale lavoro è vicino all’approccio qui presentato. Tuttavia, la loro contro-critica e approccio si basano sulla nozione althusseriana di sopradeterminazione che non assegna alla produzione alcun stato teorico privilegiato: “le categorie dello scambio in qualche forma sono inizialmente necessarie per sviluppare le relazioni di produzione capitalistiche, ma le categorie di scambio capitalistiche dipendono dallo sviluppo precedente di quelle relazioni di classe” (p.569, traduzione mia, G.C.). Ora, vi è un’ampia evidenza teorica e testuale che per Marx il valore contenuto nelle merci (attraverso la produzione) determina il valore da loro appropriato (attraverso la distribuzione). Citiamone una sola: “Il profitto dei capitalisti come classe, o il profitto del capitale come tale, deve esistere prima che possa essere distribuito, ed è estremamente assurdo cercare di ricercare le sue origini nella distribuzione” (Marx, 1973, p.684, traduzione mia, G.C.). Ma, a parte ciò, la determinazione reciproca della produzione e dello scambio sfugge alla circolarità solo se uno aderisce ad una dimensione temporale. Mentre non vi è nulla nel loro lavoro che agisca contro un approccio temporale (eccetto il punto 3), questi Autori non riescono a rendere esplicito questo punto fondamentale. Senza un approccio temporale la loro nozione di sopradeterminazione cade in un ragionamento circolare.

Anche Moseley si oppone alla interpretazione (incorretta) della procedura della trasformazione di Marx su un terreno metodologico (1993). Per Moseley, le “quantità di capitale costante e variabile non devono essere trasformate da termini in valore in termini in prezzi: invece, esse sono già in termini di prezzi perché sono date in termini di prezzi. La transizione da Volume I a Volume III non è una transizione da valori-lavoro a prezzi; è una transizione da prezzi aggregati a prezzi individuali... una tale trasformazione non esiste” (p.176, enfasi nell’originale, traduzione mia, G.C.). Ma anche questo approccio non coglie la temporalità e quindi non solo non può ribattere alla critica della circolarità; in effetti corre il rischio di cadere in un ragionamento circolare perché non riesce a distinguere tra i mezzi di produzione come input e come output. L’annotazione di Moseley che “Carchedi è stato uno dei primi... a sottolineare... che il capitale costante e variabile nella teoria di Marx sono dati in termini di denaro” (p.182, traduzione mia, G.C.), non coglie l’essenzialità della mia contro-critica. Tuttavia egli aveva ragione nell’indicare che “per quanto ne sappia io, nessun Autore neo-ricardiano ha ribattuto gli argomenti di Carchedi” (p.182, traduzione mia, G.C.). Questa è ancora la situazione nove anni dopo.

[4] Come ho già sottolineato, questa posizione non nega l’utilità di una lotta per le riforme, compresa una lotta per il massimo (non pieno) impiego, date le relazioni di forza tra le classi in ogni dato momento. È la prospettiva che cambia. Questo potrebbe sembrare irrilevante. E tuttavia è questo cambiamento che traccia un solco tra una teoria e pratica funzionale alla riproduzione del capitalismo e una teoria e pratica funzionale al suo superamento.

[5] Per la stessa ragione la tendenza dei tassi di sfruttamento verso una perequazione non implica un movimento verso l’equilibrio, contrariamente alla nota 7 in Laibman (2001).