Il conflitto sociale in Uruguay:movimento sindacale, cicli di lotte e sfide per il futuro

Alfredo Falero

1. Presentazione

L’obiettivo di questo lavoro è identificare e caratterizzare tre cicli di lotte sociali in Uruguay e stabilire le prospettive che si presentano rispetto all’ultimo di essi. Due premesse risultano prioritarie per addentrarsi in tale strada: a) il taglio analitico che si dà di questa società, non deve minimizzare che la problematica non è separabile dal contesto latinoamericano della quale fa parte e particolarmente della regione del cono meridionale con la quale condivide luci ed ombre di una costruzione comune; b) risulta rilevante la conformazione socio-storica della costruzione delle forze di cambiamento sociale: il tipo di attori e le sue articolazioni, gli spazi conformi di esperienze collettive e le azioni di neutralizzazione delle quali furono oggetto, le risorse di cui si dispone, la capacità di mobilitazione, etc. poiché la capacità di creazione del nuovo dipende anche da questa storicità. Il presente lavoro si focalizzerà sul punto b), minimizzando per ragioni di spazio la premessa a). Lo schema concettuale parte con lo stabilire le pratiche sociali dal punto di vista dialettico: soggettività collettiva intesa come costruzione e potenzialità di costruzione di una nuova egemonia (Gramsci, 1985; Anderson, 1987). Le esperienze collettive hanno un’importanza cruciale (Thompson 1981, 1989) nella creazione di vecchie e nuove forme di soggettività sociale di trasformazione collettiva. Queste ultime, ora notoriamente delocalizzate dalla fabbrica, generano una base di conflitti molto più territoriale che supera spesso i concetti dell’unidirezionalità. Parallelamente il processo di mercificazione è ora totale e tende ad impregnare tutti gli aspetti della società. Nonostante tutto, non necessariamente l’attivazione di questi processi di costruzione di soggettività, assicura la trasformazione sociale. Questo dipenderà dalle risorse di cui si dispone e dalla dinamica ciclica in auge e in decadenza (Tarrow 1997) che a sua volta dipende da fattori multipli, alcuni non controllabili, alcuni controllabili solo in parte. Per esempio, può esistere un’espansione della soggettività di cambiamento ma rapidamente rimanere imprigionata o cooptata e di conseguenza diluire la sua potenzialità. Tutto ciò suggerisce la necessità di ripensare la capacità di appropriazione del contesto degli individui sociali (León e Zemelman 1997) per i nuovi tempi. Il quadro economico e politico nel quale si districano ed articolano le lotte sociali ed una soggettività sociale di cambiamento che abbia la capacità di impregnare il tessuto sociale, sono due assi analitici compresi in quello che abbiamo chiamato altre volte modello di potere regionale. Concetto che senza smettere di riconoscere che è tributario dell’idea più ampia di un sistema di dominazione globale eurocentrico sull’America Latina da 500 anni (Quijano, 2000), mira alle specificità proprie, a spazio-tempi più delimitati dentro tale totalità, e che suggerisce le articolazioni periferiche di distinti modelli di accumulazione e le sue costellazioni di potere che li riproducono (Falero, 2005).

2. Crisi del modello di potere del dopoguerra e lotte sociali Il modello di potere regionale del dopoguerra che può caratterizzarsi come sviluppazionista, supponeva l’idea di Stati che potevano promuovere l’accumulazione interna per permettere la “modernizzazione”, lo “sviluppo”, avendo come referente i paesi centrali. Il modello si fondava sulla combinazione di esportazione tradizionale di materie prime ed alimenti come forma di crescita verso l’esterno e la cui eccedenza supponeva l’industrializzazione sostitutiva di importazioni, favorendo così i settori capitalistici industriali. La particolarità dell’Uruguay fu che, ancora con tutti i condizionamenti strutturali di quell’articolazione periferica latinoamericana, rimaneva avviluppato in oligarchie straordinariamente forti, caudillismi longevi, assenza di intervento statale moderno, forza lavoro schiava e semi-schiava, esclusione indigena. La cristallizzazione dei limiti di questa forma di accumulazione in Uruguay determina già alla fine degli anni cinquanta segni di esaurimento e negli anni sessanta il settore industriale uruguaiano non presenta oramai una capacità importante di irradiazione sul resto dell’economia. In questo quadro, si osserverà un sistema politico tentennante, insicuro e di visione ristretta che non potrà rendere conto della crisi: qui va ad ubicarsi un ciclo di lotte urbane importanti. E così tali lotte non irrompono nella cosiddetta “Svizzera dell’America” bensì in una società in crisi dove ogni volta risulta sempre più evidente che si è davanti ad un altro modello di riproduzione diretta degli interessi del potere economico, agroalimentare, finanziario, mercantile, industriale. In particolare le politiche restrittive di contrazione del salario negli anni sessanta aprono ad un insieme di domande ed ad un orizzonte di variabili dove si potenzia la possibilità di camminare verso un modello che si caratterizzava - in tutta l’America Latina - come antimperialista e/o socialista, cioè l’aspettativa di superare il carattere periferico delle economie e costruire altre relazioni sociali. L’espressione uruguaiana principale (ce ne furono anche di minori) dei movimenti armati fu il Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros il quale, oltre alle diverse tendenze interne, cercò di trasmettere simbologicamente la necessità di superamento di un governo corrotto e dipendente nelle sue decisioni da centri di potere locali ed esterni. Ma fu un attore in più in un arco di attori con le stesse preoccupazioni in un contesto critico e complesso. Real de Azúa, superando analisi basate sul concetto di monocasualità, enfatizzava l’errore di vedere qui un effetto praticamente automatico di determinanti “socioeconomiche” e collocare il MLN-T sulla linea “ delle restrizioni alle possibilità di organizzazione politica”. Non va dimenticato il prestigio che la via rivoluzionaria stava acquisendo nella sinistra (Real de Azúa, 1971: 232 e ss.) considerando le evidenti, continue, manifestazioni imperialiste degli Stati Uniti ed il significato che questa linea andava assumendo sulla strada tesa a rimuovere i lacci di subordinazione. Il ciclo di lotte comprende così un arco esteso e variegato1 di attori ed avrà il culmine di fronte alla stretta autoritaria che imprime il presidente Pacheco a partire dal 1968 (Cores, 1997; 1999) in quello che dopo si usò chiamare “autoritarismo costituzionale”. Quell’arco di lotte implica come protagonista centrale nell’ambito della società civile il movimento sindacale che nel 1965 sancisce la propria visione di trasformazione sociale nel cosiddetto “Congreso del Pueblo” ed un anno dopo costituisce una centrale unica, la CNT (Convenzione Nazionale di Lavoratori). La sua costituzione è vista già allora come la più alta espressione programmatica ed organizzativa nella storia del movimento sindacale uruguaiano (D’Elia, 1969; Rodríguez, 1985). Il secondo attore in importanza a livello sociale è il movimento studentesco. Benché aggiuntasi tardivamente, la mobilitazione degli studenti universitari avrà un protagonismo regolare e rilevante con richieste che trascendono l’ambito universitario. Per come si caratterizzò, altamente visibili furono le connessioni che lo unirono alla corrente di protesta più generale (Landinelli, 1988). Nella cosiddetta “società politica” la canalizzazione delle prospettive di trasformazione supponeva l’enucleazione di un insieme vario di partiti e tendenze che nel 1971 andranno a formare il Frente Amplio. Alcuni settori fuorusciti dai partiti tradizionali, con profili nazionalisti e di cambiamento progressivo, saranno parte della fondazione di questa nuova forza politica. In quanto alleanza di partiti, movimenti ed individui senza referenti, il Frente Amplio appariva allora come un’espressione di un insieme politico e sociale che cerca di andare oltre la partecipazione alle elezioni nazionali dell’epoca (Estellano, Latorre ed Elizalde, 1989). Il Frente Amplio fa sua la piattaforma rivendicativa della CNT. Basta paragonare la Dichiarazione dei Principi della CNT con le basi programmatiche del Frente Amplio. Ma, contemporaneamente, combatte i principi liberali in declino proclamati dagli altri partiti: sovranità nazionale, libertà pubbliche e giustizia sociale (Varela, 1988). È una fonte materiale di produzione di potere costituente nella terminologia di Negri (1994). Questa caratteristica presuppone innovazione, un potere che trascende l’idea di mera costruzione di accordi di élites politiche di partiti e movimenti, poiché si fonda su un’organizzazione di base propria che è la rete dei “comitati di base”. Cioè che dalla fondazione, la partecipazione, la presa di decisioni, in quanto problematizzate, riflette un doppio rapporto di forza: sociale e politico. In termini strettamente elettorali, era difficile che il Frente Amplio potesse vincere le elezioni (in realtà ottenne il 18.3 % alle elezioni del 1971) dato il clima di paura, la campagna di terrore, l’immagine di caos, che il potere politico ed economico associava a tale alternativa. Oltre ai brogli che pure ci furono, il trionfo fu ostacolato anche dall’ala progressista del Partido Nacional di allora. Ma quello che interessa osservare di questo periodo è quello spazio sociale di coesione di forze sociali e politiche a metà degli anni sessanta che favorisce la formazione di un’unità sindacale e di un fronte politico nonostante le diversità politiche, strategiche, etc. Si tratta di due assi di un stesso spazio interconnesso - che in realtà è precisamente la visione di Gramsci quando separa analiticamente società civile e società politica - il cui potenziale (ma anche i suoi limiti, come sempre succede) si noteranno dopo anni. Questo ciclo di lotte sociali si chiuderà in Uruguay e nel resto della regione, con la successione di colpi di Stato incoraggiati dalla Dottrina della Sicurezza Nazionale. In Uruguay il golpe si attuò nel 1973 ed in Argentina nel 1976. A partire da quelle date si assistette ad un consolidamento del cosiddetto terrorismo di Stato, freno di una crisi di egemonia e costruttore delle basi di un modello di potere che implicò un’apertura esterna quasi indiscriminata ed un’enfasi quasi esclusiva del mercato. Lo spiegamento di strumenti tendenti a promuovere le esportazioni manifatturiere - per esempio mediante la riduzione dei costi di produzione, particolarmente quelli lavorativi - determinarono una svolta nel mercato. Da questo punto di vista, le dittature costituiscono la vera “transizione” in America Latina.

3. Nuovo modello di potere e nuovo ciclo di lotte L’attività del Frente Amplio viene perseguitata all’interno di un piano sistematico di sterminio della dissidenza sociale e politica. La stessa cosa succede con ogni manifestazione sociale di resistenza la cui espressione massima è un sciopero generale di circa due settimane che registrò l’adesione di vasti settori non sindacali. Ma, all’inizio, per stabilire la sua dominazione il processo autoritario contò sulla complicità di alcuni settori dei partiti tradizionali e di parte della popolazione che aspirava ad un “ordine” sociale perduto. Tali appoggi si andranno perdendo fino ad essere marginali. Parallelamente le reti informali sotterranee di opposizione, dove la cultura del “frenteamplismo” comincia ad essere nuovamente un vettore, si andranno espandendo. Come in altri paesi dell’America Latina, la “democrazia” sorgeva come l’incarnazione simbolica di una serie di aspirazioni differenti. Non è possibile spiegare la sconfitta militare col suo tentativo di autolegittimazione della dittatura nel referendum costituzionale indetto a novembre del 1980, senza ricorrere a quella rete sociale informale che indusse la convinzione della necessità di respingere la proposta che supponeva un’apertura limitata e controllata e che ovviamente era propagandata dal regime come l’unica opportunità. Inoltre, in quegli anni comincia il recupero di un attore sociale chiave: il movimento sindacale che realizza il 1º maggio del 1983 una manifestazione di massa. Buona parte di quelle manifestazioni si nutrono del “frenteamplismo” e viceversa. Un’altra straordinaria concentrazione, con tutti i partiti politici, si ebbe il 27 novembre del 1983 (ai piedi dell’Obelisco dei Costituenti del 1839). Sul piano sociale, quell’inizio degli anni ottanta è di estrema ricchezza. Nella periferia di Montevideo si crea una rete di commissioni comunali, opere sociali della Chiesa, organizzazioni sociali, club sociali e sportivi e cooperative per la realizzazione di ambulatori di quartiere, enti di consumo popolari, etc. (Filgueira 1985). Trascendendo qualunque lettura meccanica di necessità di mobilitazione, è necessario osservare un insieme di esperienze collettive (nel senso già indicato da Thompson) a base urbana che non avrà uguali per numero di partecipanti. Tra queste, le cooperative di abitazione, hanno non solo un espressione rionale localizzata, bensì un’espressione sociopolitica forte come la Federazione Uruguaiana di Cooperative di Abitazione per Aiuto Mutuo - cioè di mutuo soccorso, ndt - (la FUCVAM, creata nel 1970) che a dispetto degli ostacoli, riuscirà a crescere e consolidarsi. I suoi obiettivi vanno oltre la realizzazione di alloggi in cooperativa, nasce una nuova visione di società ed in quel contesto la FUCVAM fu vicino al movimento sindacale ed al risorto movimento studentesco, uno dei tre assi di mobilitazione sociale contro la dittatura. Nel caso uruguaiano la dittatura aveva perso negli ultimi anni la fiducia da parte del potere economico e la sua capacità di costruire una nuova egemonia era nulla. In realtà, la base della negoziazione per l’uscita della casta militare dal potere politico lo costituisce un’alleanza policlassista frutto di un’espressione politica multipartitica. In buona misura, quel periodo si visse come ricostruzione dell’alveo pre-autoritario, che può leggersi come un segno della capacità di ricostruzione egemonica del potere dominante. L’arco di espressioni per il superamento della dittatura e la costruzione della democrazia comprendeva organizzazioni di sinistra e di destra che passò sotto il nome di coalizione “frenteamplista”. In realtà il Frente Amplio non comprendeva la totalità della sinistra nelle sue connotazioni politiche e sociali, né tutta la destra perché ancora sussisteva nei partiti tradizionali una venatura di radicata prospettiva democratico-liberale in chiave sociale. Comunque quell’arco di mobilitazione sociale espresse la necessità di una costruzione egemonica dove coesistevano tuttavia pratiche ispirate alla trasformazione strutturale fino a quelle limitate all’idea di ricostruzione istituzionale democratica, l’azzeccata distinzione di Boaventura di Souza tra democrazia regolatrice ed emancipatoria (Souza Santos: 2000; 2005).

4. Fine del secondo ciclo di lotte

Alle faticose negoziazioni tra militari e partiti politici si sostituì il protagonismo della mobilitazione sociale fino ad arrivare alle elezioni nel 1984 - realizzate con certe limitazioni, benché legittimate dalla presenza del Frente Amplio - dalle quali emergerà una congiuntura che diede il via alla dissoluzione di quell’arco di resistenza sociale e politica. Si raggiunse anche un “accordo” tra rappresentanti di tutti i partiti, le organizzazioni imprenditoriali ed il movimento sindacale per “garantire” la stabilità democratica. Ma di alcuni accordi poco o niente venne messo in pratica. Il Partito Colorado in realtà è quello che effettivamente vince le elezioni presentandosi come l’opzione fidata con lo slogan di “cambiamento in pace”. A dispetto della delegittimazione dei militari questi mantengono col nuovo governo di “transizione” il ruolo di tutori. Riappare così la lotta sociale con un primo atto: la raccolta di firme per la deroga della legge di “scadenza della pretesa punitiva” che votata dal Parlamento amnistiava i militari. Nonostante la sconfitta - il 16 aprile del 1989 il 56 % ratificò la legge dopo di un’effettiva campagna di terrore: l’episodio avviò un nuovo modo di fare politica. La sconfitta nel referendum significò la chiusura definitiva del ciclo di lotte iniziato con la cacciata della dittatura ma contemporaneamente pose le basi per quello che sarebbe stato un nuovo ciclo di lotte. Se il primo ciclo prevedeva azioni collettive nella cornice di un contesto di crisi del modello di potere sviluppazionista e la possibilità di trasformazioni, il secondo, inevitabilmente conflittuale, si concentrò sul modello di potere noto come neoliberismo, un vero approfondimento delle relazioni capitalistiche, con cambiamenti nella forma Stato e con effetti frammentativi nella struttura sociale2. Se il primo ciclo di lotte fu soffocato dalla repressione, questo secondo ciclo che rivendicava più diritti sociali post dittatura, fu dissolto con una tecnica politica più sottile attuata dal governo. Un miscuglio di coercizione latente e di falso consenso. Si allude alla riedizione di meccanismi di accordo che ricorrevano alla cultura del “compromesso” (a fronte di quella del confronto) per garantire la “transizione” ma che significò in realtà la sistematica disincentivazione delle mobilitazioni sociali3. Il movimento sindacale uruguaiano - con una base sociale già trasformata o in trasformazione - ha in quella congiuntura un atteggiamento di autocontenzione di fronte alle pratiche antisindacali. Pesava una sopravvalutazione positiva dei diritti riconquistati ed un incremento del salario reale che effettivamente si produssero all’inizio del governo Colorado anche se fu una stagione effimera4. Non può ignorarsi che tale posizione era in linea con quella della forza politica con la quale ovviamente si tenevano più punti di contatto, il Frente Amplio. Si confermava l’ipotesi abbozzata in quegli anni: il Frente Amplio viveva per trasformarsi in una sinistra integrata e funzionale al sistema (Estellano, Latorre ed Elizalde, 1989). Oltre ai reali blocchi interni (che culminarono allora nella separazione di alcuni tendenze democristiane e socialdemocratiche attualmente di nuovo reintegrate), l’atteggiamento era di una prudenza collocata nella “fragile, parziale, condizionata” democrazia riconquistata5. La base sociopolitica - la rete di comitati di base - avvertiva già allora la sua scarsa capacità di incidere sulla direzione politica. Agli inizi degli anni novanta - in coincidenza coi processi di decomposizione e caduta dei regimi burocratici nell’Europa dell’est - si scontò una forte perdita di militanza. Molte organizzazioni sociali, in buona parte demoralizzate, sembrano prestare attenzione solo ai processi locali quotidiani che alle grandi questioni politiche. Esisteva la percezione di sterilità dell’azione e i sondaggi dell’epoca rivelavano un emergente atteggiamento di apatia6. Il processo tenderà ad aggravarsi negli anni novanta con la capacità del nuovo modello di potere di espandere la soggettività individualista, edonista, incitatrice del consumo. La vittoria del Frente Amplio alle municipali di Montevideo nel 1989 diede il via ad un avanzamento della forza politica ma presto la gestione comincia a segnare nitidamente la supremazia “della cosa costituita di fronte alla cosa costituente”. Insomma, dalla fine degli anni ottanta, il ciclo di lotte si chiude. I vecchi attori non possono evitare le trasformazioni socioeconomiche in corso. Il quadro ci dà un movimento studentesco rarefatto a livello universitario, un movimento di cooperative di abitazione bloccato nella sua crescita ed un movimento sindacale in crisi tanto per i cambiamenti nel mondo del lavoro (a partire da 1990 il governo del Partito Nazionale spingerà una forte deregolamentazione e flessibilizzazione) quanto propri al modello sindacale.

5. Viavai nel Frente Amplio e lenta rinascita della protesta Ovviamente la fine di un ciclo di lotte non significa l’inesistenza di conflitti, bensì l’incapacità congiunturale di coniugare un nuovo arco di espressioni sociali con la capacità di disputare per l’egemonia. Ed in questo senso, la risorsa del referendum, lo strumento della partecipazione diretta, è quello che permette di stabilire ponti tra attori diversi e porre freni al mercato. Va comunque sottolineata l’importante mobilitazione di risorse per attuare un referendum, soprattutto per la raccolta delle firme che presuppone un lavoro nella propria quotidianità. L’occasione giunse con il tentativo di privatizzazione delle imprese di Stato. Fu quest’avvenimento che mise in moto l’organizzazione del referendum su alcuni articoli della legge che abilitava tale processo promosso dall’allora governo di centro-destra di Lacalle del Partito Nazionale. Il risultato del 72 % che votò per abrogare i punti più duri, non solo può leggersi come risultato esclusivo delle pratiche dei sindacati ed altri attori della società civile, ma anche della posizione che dovettero assumere i capi locali dei partiti tradizionali, specialmente del Colorado, allora all’opposizione, che portò alcuni settori politici in principio favorevoli alla posizione del governo a riallinearsi con la posizione abrogativa. Nonostante tutto, ugualmente si operarono trasformazioni con criteri di mercato nelle imprese di proprietà dello Stato. Le iniziative popolari degli anni seguenti, con lo strumento del referendum, sebbene non tutte fallirono, segnarono un processo di lenta ricostruzione di una controegemonia al progetto dominante. Per esempio, con le elezioni nazionali del novembre 1994, si realizzano simultaneamente due consultazioni: una che fallisce promossa dai sindacati della scuola per stabilire costituzionalmente un minimo alla spesa in istruzione, ed una che trionfa promossa da organizzazioni di disoccupati e pensionati per impedire che il valore degli assegni di disoccupazione e delle pensioni fossero ridotti a mere promesse7. Come comune denominatore, va rilevato un impegno molto moderato del Frente Amplio, la cui paura di complicare eventuali risultati elettorali futuri si faceva evidente in ogni decisione: un ostensibile silenzio dei mezzi di comunicazione sulle manifestazioni ed un processo di usura e rassegnazione in buona parte dell’apparato sociale. Tuttavia possiamo affermare che le rivendicazioni alla classe padronale e tentativi di ricostruzione di una controegemonia, risultavano difficoltosi ma non inesistenti. Alla fine degli anni novanta inizia un nuovo ciclo. Gli attori sociali saranno il protagonismo del movimento sindacale classico (particolarmente lavoratori con impiego fisso, con salari medi e bassi, ancora con capacità di mobilitazione) ma in altre congiunture si osserva l’apparizione di nuovi attori: studenti della scuola media, il movimento per i diritti umani, il FUCVAM ed altre organizzazioni più piccole. Fanno la comparsa anche altre forme pubbliche di protesta a composizione socioeconomica diversa, particolarmente di base rurale. Comincia a ricostruirsi un tessuto sociale per la mobilitazione collettiva, pur in uno scenario generale di perdita della capacità collettiva di ribellarsi. La nuova dialettica tra pratiche sociali multiple di resistenza e costruzione di una soggettività sociale sono parallele alla progressiva delegittimazione del modello socioeconomico vigente. Il sostentamento di tali pratiche rivelerà un nuovo ciclo di lotte che come succede sempre, avrà la capacità di favorire l’espressione di domande ma contemporaneamente limitandola a determinati parametri. Di essi, andremo ora a parlarne.

6. Crisi del modello di potere e terzo ciclo di lotte Ci sono evidenze sufficienti per affermare che all’inizio del nuovo secolo, coinciso col nuovo governo di centro - destra con Jorge Batlle del Partito Colorado, si produce un’affermazione delle tendenze di mobilitazione sociale emergenti. Tali tendenze possono riassumersi come segue: uso del referendum come strumento di democrazia diretta, perdita della centralità di Montevideo ed espansione territoriale della protesta a tutto il paese, e molteplicità di attori sociali e carattere policlassista nelle mobilitazioni. Con l’arma del referendum, può osservarsi come, unitamente ad un processo più generale di attivazione del tessuto sociale, l’attenzione si sposta sulla politica economica. Nell’anno 2002, sebbene si arrivò alle firme per convocare la consultazione in deroga alle norme che facilitavano la privatizzazione di parte dei servizi dell’impresa statale dei telefoni, ANTEL, il governo abrogò la legge senza arrivare a quell’istanza prevedendo risultati avversi. Un anno dopo, la legge che facilitava l’ingresso di capitali stranieri nell’impresa statale di combustibili ed altri prodotti (ANCAP), fu abrogata con una percentuale del 62.3 % dei voti. I due processi sono uniti. Il 19 febbraio del 2002, data in cui la cosiddetta “Commissione di Difesa del Patrimonio Nazionale” consegnò, a seguito della mobilitazione dei lavoratori, quasi settecentomila firme per il caso dei telefoni, iniziò anche la raccolta di firme per l’altro referendum menzionato. Un aspetto chiave e relativamente innovativo fu la preoccupazione di arrivare, nella raccolta di firme, a posti di grandi concentrazioni, spettacoli sportivi, sfilate di Carnevale, celebrazioni religiose, etc.8. In questo modo venne a stabilirsi una relazione con una quotidianità distinta dalla lavorativa classica. In entrambi i casi, sebbene i sindacati ebbero un ovvio protagonismo e si enfatizzò l’idea che non si trattava di una mera lotta corporativa, il lavoro di raccolta di firme fu compromesso dalle riunioni della centrale sindacale e dalla conseguente mancanza di militanti. Rispetto all’appoggio politico, il Frente Amplio, come era stato per altre istanze, fu all’inizio molto reticente. In realtà nel caso del secondo referendum menzionato, alcuni legislatori di questa forza politica avevano partecipato alla stesura della legge che dopo si decise di derogare. Ma i risultati ottenuti, permisero di ovviare a queste contraddizioni ed enfatizzare la messa in discussione del modello di potere. Un secondo aspetto che va sottolineato è che il fenomeno di associazione e di protesta si espande a tutto il paese, particolarmente i coincidenza con la forte crisi dell’anno 2002. Rispetto al terzo aspetto, invece, è necessario segnalare che il movimento sindacale palesa difficoltà a raggiungere alcuni nuovi settori del lavoro9 ed a collocarsi come un attore sociale che esprime il cambiamento più che la capacità di coordinare azioni con alcuni settori del capitale. La composizione di classe di questo terzo ciclo di lotte ci pone di fronte al classico ventaglio che va dalla classe media e medio-bassa alla classe bassa. Cioè, settori dove esisteva una relazione diretta o contigua col lavoro salariato, col cooperativismo, con la piccola imprenditoria, con gli studenti. Accade però che questa composizione di classe - nell’aspettativa di alleanze congiunturali e per il futuro - si allarghi. Così varie associazioni e camere imprenditoriali simpatizzano con quest’arco policlassista per un cambiamento del modello economico (per esempio un documento di 24 associazioni imprenditoriali presentato a dicembre del 2001). Altri che hanno peso rilevante - la camera delle Industrie, la camera della Costruzione e l’Associazione Rurale - notano che si tratta più di richiami congiunturali che di cambiamento di modello e non aderiscono a tale proposta10. E così il cosiddetto “Accordo per la Crescita” riunì settori del lavoro e parte dei settori del piccolo capitale nel comune denominatore di porre in discussione la politica economica e di difendere la “produzione nazionale”11. Il 16 aprile del 2002, interessi molto differenti appoggiati dalla sinistra, portarono ad una “giornata civica” conclusa da un’importante manifestazione. L’atto del 1º maggio della centrale sindacale sigillò quell’alleanza nonostante non tutte le organizzazioni sociali (e politiche di sinistra) confluivano in quell’arco. La FUCVAM, per esempio, aveva una visione strategica diversa dalla centrale sindacale. Per l’anno 2003, dopo la crisi e la svalutazione dell’anno 2002 che ebbe effetti salutari sulla ripresa della produzione, il movimento consociativo tra lavoro e capitale perse forza. Alcune organizzazioni imprenditoriali voltarono le spalle e tornarono rapidamente alla propria politica di lobby ed il PIT-CNT rimase schiacciato tra l’assicurare la permanenza di vincoli con le lobbyes o ricreare un rapporto col Frente Amplio12. Anche i settori della media ed alta finanza colpiti dalla crisi bancaria finirono per abbandonare le proteste pubbliche e progressivamente qualunque convergenza con altri settori. Parallelamente, una sciopero generale proclamato per il 17 giugno del 2003, rimarcò il livello di delegittimazione del governo che si veniva già evidenziando particolarmente dal gennaio del 2002 quando si registrò una marcia della centrale sindacale a Punta del Este (lunga 15 chilometri dicono le cronache e con un evidente appoggio durante il percorso) alla quale il governo proibì in anticipo l’entrata allo stabilimento balneare scelto per il comizio finale. Si rivitalizzarono anche reti sociali in quartieri periferici (come alla fine della dittatura) che riproposero le lotte collettive locali. Se durante il 2002 ed il 2003, il discredito dei vertici politici ed il latente movimento di resistenza non sfociò in giornate come quelle che si determinarono con la caduta del presidente Della Rua in Argentina, tra le cause principali vi fu il veto che a quel salto qualitativo della protesta collocò il Frente Amplio. Non necessariamente in sintonia con le prospettive di movimenti sociali e perfino sindacali, prevalse la posizione del Frente Amplio di non provocare conflitti istituzionali e mantenere questo profilo per attirare altri settori in vista della tornata elettorale del 2004. In realtà, questo profilo di eccessiva prudenza13 fu neutralizzato dal capitale simbolico accumulato durante le lotte che portarono in piazza 400/500 mila persone al comizio conclusivo, uno dei più partecipati della storia. Questo fa capire come la forza della politica riuscì a continuare a canalizzare le energie sociali della protesta. Il governo del Frente Amplio insediatosi il 1º marzo del 2005, riapre una serie di domande su questo ciclo di lotte sociali. Ovviamente perché si assiste ad uno scenario politico senza precedenti nel seguente doppio senso: a) la forza intrinseca della quasi totalità della sinistra, ha fatto a meno, praticamente, di tutta la sua composizione di movimento, di processo costituente, benché mantenga forti relazioni coi movimenti sociali; b) la direzione economica eterogenea impegnata in uno sforzo legittimatore conforme al suo tessuto di alleanze con settori del capitale e più o meno come avvenuto in Brasile si guarda bene dal mettere in discussione il modello di potere, benché contemporaneamente la direzione generale del governo dia alcuni segni di rottura rispetto alle precedenti politiche di centro destra. Tutto ciò porta a rivedere le prospettive possibili.

7. Scenari possibili nel nuovo contesto: dissoluzione transitoria o fine del ciclo? Il terzo ciclo comincia intrecciato col processo di delegittimazione del modello di potere neoliberista. Tuttavia, paradossalmente, col Frente Amplio al governo si sta assistendo alla dissoluzione di questo terzo ciclo di lotte che va riproducendo una rilegittimazione transitoria del modello di potere basato sui seguenti assi: a) crescita del mercato nei servizi sociali benché ora accettata sulla base di una maggiore regolazione dello Stato; b) appello a meccanismi che tendono a non incrementare, perfino a ridurre, la povertà, benché senza prendere in considerazione la costruzione di diritti sociali e ridistribuzione della ricchezza; c) rinvigorimento di una tecnocrazia in chiave di sinistra che dissolve ogni potenzialità di mobilitazione sociale e nei fatti, vertici disposti a fare a meno della corruzione sostituita dall’etica, per favorire la responsabilità sociale tra gli imprenditori etc.. Tutto ciò alimenta una nuova illusione di sviluppo sotto altri parametri, ma non predispone ad un cambiamento del modello di potere. Deve tenersi in conto che, data la tendenza globale alla frammentazione ed eterogeneità sociale, le fonti e le forme dei conflitti tenderanno ad incrementarsi benché non necessariamente a coordinarsi per la loro diversità. È probabile ugualmente che si oscilli tra la posticipazione, la concessione parziale e il dar luogo ad una contraddizione interna a seconda degli attori sociali in campo e si tenda a neutralizzare i referendum come meccanismi di articolazione sociale e partecipazione diretta (a meno che non si tratti di tematiche sociali trasversali come per esempio può essere una legge sull’aborto). Per una democrazia di regolazione - e non di emancipazione - (Souza Santos 2000, 2005) è necessario un grado di indifferenza, benché, in questo scenario, sia sperabile più una costruzione abbastanza caotica che non oscillante tra la docilità dell’indifferenza e della rassegnazione ed espressioni violente isolate non connesse a nessuna costruzione egemonica. Data la restrizione preventiva che ha l’Uruguay e nella perdita strutturale di capacità di regolazione di flussi economici all’interno dello Stato-nazione, è probabile che aumenti nel breve termine la tensione interna tra un Frente Amplio inteso fino al momento come uno dei supporti della soggettività sociale di trasformazione, come referente di un progetto alternativo (idea che si sente radicata nella società) ed il Frente Amplio inteso come forza politica pragmatica che si destreggia sul piano del “possibile” e che si organizzi burocraticamente come ogni partito tende a fare prima di ogni cosa, pensando alla sua conservazione come tale. Questa tensione si è già manifestata per esempio nella lettura che ha fatto sulle conseguenze del referendum sull’acqua14, che ci suggerisce che ci possiamo aspettare piccole rotture progressive degli attori sociali col governo del Frente Amplio, ma difficilmente, dato che è ancora precisamente una tensione non risolta, drastiche posizioni di rottura. Su questa linea, si osserverà la sua incapacità crescente di creare scenari di trasformazione sociale, il che non implica che smetta automaticamente di essere un referente in tale senso. Perfino nelle competizioni elettorali è probabile che abbia un futuro a medio termine come male minore tra le opzioni politiche esistenti e tenda a stimolare il “voto utile”. Così sarà a costo di crescenti difficoltà a controllare adeguatamente la mobilitazione sociale come avvenuto nel passato. In questa transizione, può guadagnarsi velocemente l’adesione di settori del capitale oppositori che stimino già estinte le inclinazioni di trasformazione (offre più stabilità una prospettiva come questa che consunti e delegittimati partiti di centro-destra). La necessità di legittimazione in questo senso è già in atto e si rafforzerà, implicitamente o esplicitamente, per interessi, per convinzione o per entrambi. E così le alternative sociali attualmente si collocano in un contesto di una sospensione transitoria ma non definitiva del ciclo di lotte, cosa che suppone sfide enormi. Implicherà la realizzazione di un arco sociale con capacità di costruire un’altra egemonia (Falero e Vera, 2004) e questo suggerisce trasformazioni strategiche di organizzazioni sindacali e movimenti sociali, non senza conflitti interni, ovviamente. Senza il Frente Amplio come referente politico del futuro come lo è stato fino ad ora, questo richiederebbe in termini gramsciani, una nuova articolazione tra società civile e società politica. Questo sarà lo scenario se le forze sociali constateranno la proroga all’infinito di risposte a domande precise e l’assenza prolungata di alternative sociali reali. Data la storicità del processo qui sviluppato, bisogna sperare in una ricostruzione lenta delle lotte sociali a partire dai contesti regionali.

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Note

* Professore del Dipartimento di Sociologia, Facoltà di Scienze Sociali, Università della Repubblica dell’Uruguay.

1 Per esempio, la marcia dei lavoratori della canna da zucchero di circa 600 chilometri, dal nord del paese a Montevideo, nel 1964 ha significato per l’inesistenza di precedenti di nuclei sindacali rurali e la creazione della nuova soggettività collettiva vicino a Raúl Sendic, il massimo referente del MLN Tupamaros, (Si veda: Clap, 1985 e Gonzalez Sierra, 1994).

2 Si omette una caratterizzazione più profonda del cosiddetto “neoliberismo” post Consenso di Washington. Si rimanda per questo aspetto ad un altro lavoro citato (Falero 2005).

3 Rimase nell’immaginario popolare una frase del presidente Sanguinetti “Quando ha riposato questo governo”? Nel discorso trasmesso a reti unificate disse inoltre: “non ci lasciamo conquistare dagli arrabbiati, dagli amareggiati, che sono minoranze risentite che vogliono amareggiare e deteriorare tutto il mondo. Seguiamo così, tranquilli, sereni, curando le nostre libertà, quelle libertà compromesse in passato dagli stessi disordinati di oggi”, (Fonte: La Republica: 2 Luglio 1988).

4 Prendendo il 1957 come base 100, nel 1984, cioè alla fine del periodo militare, si calcola che il salario era al 35.4%. Nei primi anni del ritorno alla democrazia, il salario tende a crescere per collocarsi nel 1989 al 45.4% (Foladori ed Olesker, 1992).

5 Le qualifiche corrispondono al discorso del Gral. Seregni all’inaugurazione del Congresso del Frente Amplio di dicembre 1987.

6 Secondo un’inchiesta Gallup, alla fine del 1988 solo un 26 % ammetteva che la politica gli interessava molto contro un 74 % che confessava il suo poco o inesistente interesse. Quasi un 90 % non assisteva a manifestazioni politiche o lo faceva molto sporadicamente (La Republica: 4/12/88).

7 Per un ampio esame dell’uso di questo meccanismo di democrazia diretta, si veda Moreira, 2004. Il lavoro, discutibile nella sua visione autoreferenziale in campo politico, ha la virtù di includere un dettagliato ripasso di tali tentativi spinti.

8 Si veda Brecha, 22.02.02, articolo di Waler Falco.

9 Agli inizi dell’anno 2001, si sapeva che più della metà degli uruguaiani aveva qualche problema di impiego ed un 40% non aveva copertura della Previdenza sociale, includendo nella categoria impiegati precari, lavoratori informali e disoccupati senza assegno di disoccupazione (si veda l’informativa di Olesker in La Republica, 25.03.01).

10 Si veda l’articolo di Gabriel Papa in Brecha, 12.04.02.

11 Le cronache dell’atto raccontarono che confluivano nello stesso posto le file di carrelli di cercatori che avevano formato un’associazione che si fuse con la centrale portando in dote costosi camioncini fuoristrada di produttori agroalimentari.

12 Si veda Brecha 23.05.03, articolo di Mario Peralta, “Che cosa è rimasto dell’Accordo per la Crescita”?

13 Ciò era prevedibile, si veda Falero, 2003.

14 Il referendum che dispone l’erogazione dell’acqua solo da parte dello Stato si realizzò lo stesso giorno delle elezioni del 2004 ed ottenne il 65 % di consensi della popolazione. La lettura del governo, contraria a quella della Commissione nazionale che lo aveva promosso, è che la norma introdotta nella Costituzione non modifica la situazione della multinazionale straniera che fino ad ora presta servizio all’est del paese.