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Osservatorio meridionale

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Mauro Fotia
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Professore di Sociologia Politica. Fac. Scienze statistiche nell’Università di Roma “La Sapienza”

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Mauro Fotia

 

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La cultura politica meridionale

Mauro Fotia

Dal clientelismo trasformistico di Giolitti al doroteismo subliminale di Berlusconi

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1. Premessa

Il problema del Mezzogiorno assume sin dai primi anni del secondo dopoguerra caratteristiche tali da non potersi più riconoscere tutto in quella che, dall’Unità d’Italia alla caduta del fascismo, va sotto l’espressione di questione meridionale. Vi sono certo elementi di continuità, sia sul piano economico che su quello politico. Ma la questione meridionale, assunta entro il più ampio dibattito della saldatura, secondo un’unica logica, fra capitalismo privato e capitalismo di Stato, si presenta in termini che sono in larga misura nuovi.

L’economia aveva avuto, fino alla caduta del fascismo, un carattere sostanzialmente dualistico: da una parte, v’era un apparato industriale localizzato nel Nord, con un’agricoltura a carattere eminentemente mercantile, poggiata sulla piccola e media proprietà e sull’azienda capitalistica; dall’altra, operava nel Sud, una struttura esclusivamente agricola, con una piccola proprietà polverizzata, ancora in gran parte chiusa nell’autoconsumo, e un latifondo a coltura estensiva, improduttivo e protetto. La vita politica, dal canto suo, era stata guidata da un ceto, il quale, avendo scelto come metodo di gestione del potere le pratiche trasformistiche, si era servito della spesa pubblica in maniera ambigua: una volta per tamponare gli effetti della marginalità produttiva e della disgregazione sociale, un’altra volta per consolidare consensi anche effimeri intorno alle clientele.

Mediatori tra le due parti del Paese, collegate dall’unificazione del mercato nazionale e degli apparati politico-amministrativi, erano stati, da un lato, un fisco accentrato che prelevava dal Sud e investiva al Nord e un’organizzazione bancaria che trasferiva al credito industriale settentrionale i risparmi contadini e le rimesse degli emigrati meridionali, dall’altro, un assieme di pratiche e di comportamenti trasformistici e clientelari che innescavano un processo di progressivo degrado della vita sociale e politica [1].

Sta qui la prima peculiarità del caso meridionale. La quale si lega ai caratteri originari delle vicende dell’Italia postunitaria e trova l’elemento saliente, secondo l’intuizione gramsciana, in una “endemica fragilità” dello “stato macchina” e dello “stato nazione”. In particolare, per una serie di vicende di lungo e di breve periodo, manca allo Stato unitario un consenso diffuso nel Paese. Il che accentua la contrapposizione fra politica come mediazione, a favore della conservazione degli equilibri e degli squilibri in atto, secondo gli interessi delle forze dominanti, e politica come lotta delle classi subalterne per il superamento dell’assetto esistente. E sottolinea altresì sia le spinte dall’alto verso la repressione e l’intervento autoritario, sia le sollecitazioni dal basso verso la contestazione radicale dello Stato stesso.

Spiegando in tal modo perché resti bloccata la costruzione di una comune legittimazione del potere statale e persista invece la propensione a sostituire l’alternanza con la formazione al centro di coalizioni di governo sorrette da forze politiche votate al moderatismo. Almeno finchè lo consentono le leggi elettorali. Poiché quando quest’ultime sospingeranno verso l’alternanza si farà strada il bisogno dello scontro e della delegittimazione degli avversari quale possibile forza di governo.

Del resto, le stesse forze antifasciste del dopoguerra, come mostrano le vicende della Costituente, arrivano a trovare l’accordo sui fini di una democrazia personalista e garantista, ed assieme egualitaria e riformatrice, restando invece in disaccordo sui metodi della convivenza democratica e mantenendo ferma, in mezzo a “rinvii” e a “doppiezze”, l’aspirazione ad una propria egemonia definitiva e irreversibile, al di là delle regole della democrazia pluralistica.

Il Mezzogiorno, pur caratterizzato da un più accentuato contrasto fra la politica come transazione, in vista del soddisfacimento delle esigenze di ordine, e la politica come impegno per il cambiamento, accelera il logoramento dell’una e dell’altra, facendo spesso prevalere nella prima i momenti corporativi e parassitari, dando spazio nella seconda a tentazioni ribellistiche e antistatalistiche. E di conseguenza favorisce l’indebolimento della leadership delle classi al potere e, al contempo, il ridimensionamento della capacità delle opposizioni di canalizzare le aspirazioni riformatrici.

La seconda peculiarità del caso meridionale emerge chiara negli anni Cinquanta, quando, insieme con la formazione di un meccanismo unico di governo, costituito dallo Stato e dai grandi gruppi economici, si realizza una funzione del Mezzogiorno in tale meccanismo, una sua subordinazione integrale alla struttura capitalistica e al suo modello di sviluppo.

Non è casuale infatti che proprio in quegli anni si faccia strada la visione della questione meridionale come problema meramente perequativo fra Nord e Sud. Visione sorretta da un’impostazione teorica di tipo economicistico, tale cioè da richiamarsi al ritardo del Mezzogiorno, e non alla sua organicità allo sviluppo del capitalismo italiano, anche sulla scia di iniziative già sperimentate negli Stati Uniti d’America e in Inghilterra, relative alle cosiddette aree depresse. In tal modo si misconosce una delle conquiste fondamentali del pensiero meridionalistico: essere la questione meridionale problema non puramente economico, ma anche e soprattutto politico. E si manifesta, da un lato, un’abile azione di mistificazione culturale, dall’altra, un’insufficiente conoscenza della realtà, della storia e della cultura più avanzata del nostro Paese. Se il Mezzogiorno è solo area genericamente arretrata, basta un intervento puramente aggiuntivo dello Stato rispetto al complesso della spesa pubblica, che assuma i costi della preindustrializzazione, per mettere al passo con le altre regioni quest’area del Paese che ha avuto un corso storico più lento e marcia perciò a ritmi arretrati, disuguagliando l’intera vita economica nazionale. Il Mezzogiorno appare, in tale politica, la patologia dello sviluppo nazionale da curare con acceleratori quantitativi del suo ritmo produttivo.

L’intervento straordinario mira ad azionare appunto tali acceleratori e, così facendo, ad attenuare le conseguenze dello sviluppo dualistico fra Nord e Sud. Ma, mentre lo Stato mette in atto tale intervento, con aggiustamenti vari di periodo in periodo, in seno alla struttura capitalistica si svolge un ulteriore processo, di singolare rilevanza e gravità: si forma un blocco di interessi fra i monopoli industriali e la speculazione, un nesso strutturale fra il profitto e la rendita, in nome del quale l’industria del Nord diviene interessata alla persistenza e all’espansione nel Mezzogiorno della terziarizzazione improduttiva, pubblica e privata, e del parassitismo. I mutamenti avvenuti nello stesso capitale industriale, la divisione nelle grandi società azionarie tra la gestione e la proprietà e la formazione di nuove società finanziarie che controllano vasti gruppi produttivi favoriscono quest’intreccio e creano al capitalismo e agli apparati pubblici centrali e locali nuovi centri di potere [2].

 

2. Mezzogiorno e concetto di dipendenza

Nello stesso momento, a motivo della disoccupazione crescente e del diffondersi di un generale malessere sociale, lo Stato dispiega nel Sud un’azione di sostegno alle famiglie, fatta di pensioni, sussidi, aiuti vari. Sì che il Mezzogiorno ai caratteri di società dipendente unisce quelli di società assistita.

In un coniugio che ben evidenzia l’incontro e la saldatura tra classi economiche dominanti e classe politica di governo. La condizione di dipendenza mette in rilievo il ruolo e le funzioni del blocco dominante e pone l’accento sui processi di accumulazione del capitale a danno delle regioni meridionali; mentre quello di assistenza sottolinea come l’elemento cruciale della disgregazione del Sud sia il comportamento politico delle classi subalterne placate dai flussi di danaro dirottati verso di loro dalla classe al potere, con finalità non certo di modernizzazione e sviluppo, ma di mera sussistenza e conservazione dell’esistente.

Si tratta di fatti che autorizzano a parlare di una terza peculiarità del caso meridionale. La dipendenza di cui si discorre infatti non è soltanto verticale ma anche orizzontale. Apparati economici e classi al potere danno vita ad un sistema politico nel quale l’assieme delle realtà sociali, politiche e istituzionali del Mezzogiorno appare come un sottosistema dipendente, soggiacente, cioè, in tutto alle politiche messe in atto da detti apparati e classi, i quali si presentano come saldamente collegati fra loro, fortemente centralizzati, di fatto volti a tenere il Sud in una condizione globale di subalternità al Nord. La dipendenza è verticale perché discende dalle forze economiche e politiche di un establishment unico collocato al vertice del sistema politico e storicamente votato alla legittimazione del primato del Nord rispetto al Sud, ma è anche orizzontale; proviene, cioè, e si snoda lungo l’arco delle numerose forze clientelari, interne alla società meridionale, che distraggono dai fini generali dichiarati, polarizzando l’attività pubblica verso sfere di interessi personali o al più settoriali.

La dipendenza, d’altro canto, innesca in seno alla società meridionale una serie di processi socio-politici di non scarso peso, come sono; a) la distruzione delle sue potenzialità di sviluppo socio-economico; b) il radicale dissesto dei valori costitutivi del suo tessuto civile; c) lo svuotamento di ogni forma di cultura politica con l’estinzione della percezione del collettivo, lo smarrimento dell’istanza partecipativa, la rassegnata accettazione di uno stato di sostanziale alienazione; d) la subalternizzazione delle classi politiche centrali e locali alla logica del blocco di potere la cui leadership sta al Nord e la riduzione dei loro ruoli a quelli di garanti del consenso verso il centro e di erogatrici di risorse, spesso clientelari, verso la periferia; e) la grave mortificazione delle autonomie, con il perverso effetto di creare la loro incapacità a svolgere compiti di vero rinnovamento, ispirato alla specificità delle vocazioni delle diverse aree territoriali.

La fuoriuscita da tali processi sembra possa realizzarsi attraverso l’adozione di un modello di sviluppo endogeno capace di rivelarsi concretamente autocentrato, autopropulsivo e autosostenuto.

Uno sviluppo di questo tipo, in realtà, lega ogni iniziativa di crescita e di modernizzazione delle aree meridionali con la mobilitazione delle risorse umane e materiali interne ad esse. Rende i loro fattori produttivi immobili, vale a dire, stabilizzati sul territorio in maniera tra l’altro, da porre fine all’emorragia secolare delle energie umane rappresentata dall’emigrazione. Stabilizza lo spazio, sì che gli attori operanti nel mercato si distinguano per grado di capacità, di sicurezza, ecc. Cura che il mercato resti costantemente aperto e condizionato dal susseguirsi delle potenzialità dei diversi soggetti che vi entrano, senza mai pretendere di divenire “completo”, nel senso d’essere capace di dare realizzazione a qualunque tipo di iniziativa. Rivitalizza, dopo averli depurati delle vecchie incrostazioni, i valori culturali scaturenti dalla loro specificità storica, incardinando su di essi la nuova legittimità dei gruppi dirigenti e delle forze politiche.

Un modello di sviluppo così preconizzato, in quanto tutto volto alla creazione di continui stimoli per la riappropriazione da parte del Mezzogiorno delle sue risorse e la valorizzazione della sua storia e della sua cultura, appare, anzitutto, autocentrato. Poiché, inoltre, vede negli strati popolari, nei gruppi dirigenti e nelle forze politiche meridionali i soggetti naturali delle iniziative, spinte, impulsi vari per la crescita dei loro contesti, si pone come autopropulsivo. In quanto, da ultimo, raccorda tutte le iniziative in un quadro sinergico, in maniera, da un lato, di andare oltre la valutazione del vantaggio di impresa, prendendo in considerazione la variabile territorio (ambiente, conoscenze, valori, istituzioni) e, dall’altro, di sorreggere ogni progetto di vera modernizzazione, risulta autosostenuto [3].

L’indagine dunque sulla cultura politica appare come il primo lavoro da affrontare [4]. Segue lo studio della classe dirigente nei suoi diversi segmenti, quali sono a) i gruppi imprenditoriali, b) i soggetti esercenti le libere professioni, c) gli intellettuali, d) i portatori di valori morali - clero in testa. Chiude l’analisi della classe politica, dei soggetti vari cioè, che formano gli establishment del potere; e precisamente, a) degli uomini di governo, b) dei parlamentari, c) dei leader del potere regionale e locale, d) dei dirigenti di partito, e) dei dirigenti sindacali.

Cultura politica imperniata sui paradigmi del clientelismo e del trasformismo, costante alternarsi degli strati popolari tra ribellismo e vittimismo e delle forze politiche tra rivendicazionismo, (talvolta insurrezionale) e ricorrente moderatismo, fra ricerca del nuovo e frequenti ricadute conservatrici quando non addirittura reazionarie, ristrettezza delle basi del potere, progressivo affievolimento della intermediazione, dissesto delle autonomie e tendenziale negazione dei loro ruoli innovativi costituiranno le acquisizioni del lavoro analitico sopra disegnato.

 

3. Il metodo dell’analisi contestuale

E poiché è importante che esso sfugga al sempre incombente rischio della dispersione o frammentazione del problema del Mezzogiorno in una serie infinita di problemi parziali, scissi e quasi incomunicanti fra loro, mi pare essenziale predisporre uno strumento concettuale che serva da collante logico-conoscitivo e da contenitore unico dei predetti problemi e delle varie reti di azioni e reazioni che vengono ad intessersi intorno ad essi nel tempo. Strumento che sembra potersi individuare nell’idea di contesto.

Il contesto, infatti, può essere concepito come un quadro unitario nel quale si organizzano e si esprimono le strutture, le istituzioni, le opinioni, le attitudini e i comportamenti di una collettività. E di conseguenza può risultare causa e contemporaneamente effetto di una molteplicità di variabili d’ordine ambientale: fisico-geografico, territoriale, storico, economico, socio-culturale, politico. Ma può essere visto anche come esito di tutti i fatti d’ordine individuale che prendono posto in siffatto quadro, senza che l’integrazione sia riducibile alla somma delle parti che lo compongono.

Si capisce perciò perché il contesto, in quanto tale, appaia una categoria non molto frequentata dai politologi. La ragione sta appunto nella difficoltà di mettere in relazione dati di ordine individuale con dati di ordine collettivo. Ma il problema per i politologi diviene ancora più complesso nel momento in cui essi devono prendere in considerazione le interferenze tra i valori del contesto e quelli dei vari gruppi, che all’interno di esso nascono e si sviluppano.

Siffatte difficoltà non sono tuttavia tali da dover indurre a rinunciare al prezioso contributo euristico fornito dal concetto di contesto e dai metodi dell’analisi e dell’informazione contestuali che da esso scaturiscono. Il primo di questi metodi consiste nell’estensione della logica dei sondaggi a unità sociologiche diverse dall’individuo. Nessuna legge scientifica, del resto, stabilisce che una popolazione, in un piano di campionamento, deve essere esclusivamente considerata come madre di individui. Le sue unità di base possono essere rappresentate da unità geografiche, economiche, amministrative, istituzionali e da ogni altro tipo o forma di “collettivo”. In tal modo diviene possibile disporre di una molteplicità di variabili caratteristiche del milieu nel quale sono inseriti i problemi che si intendono affrontare.

Inoltre, l’analisi contestuale consente di utilizzare queste variabili senza ricorrere ad apposite inchieste o sondaggi. Si può, infatti, fare l’analisi di secondo grado di sondaggi realizzati per altri scopi e ricavare dati utili per una sistemazione di tipo globale, propria della scienza politica. Il secondo metodo consiste nell’utilizzazione simultanea di tali dati appunto ai fini di una sistemazione globale; e mostra come tra variabili pur assai diverse esista una intercomunicabilità capace di fornire un’informazione politica più completa di quella che possono offrire le metodologie correnti [5]. -----

 

4. Clientelismo rurale e familismo

E veniamo alla prima manifestazione della cultura politica meridionale postunitaria rappresentata dall’integrazione fra modelli familistici e clientelismo contadino. Dall’incontro, cioè, delle due prime forme di rifiuto che il Sud afferma nei confronti dello Stato nazionale. Per cui classe dirigente e classe politica assumono l’esercizio delle loro attività produttive, prestazioni professionali e culturali e partecipano alla gestione del potere e delle istituzioni statali, nella misura in cui esse possono essere utilizzate ad esclusivo vantaggio familiare o clientelare.

Il clientelismo, come qui viene assunto appare, in realtà, un tessuto di rapporti personali a contenuto particolaristico, intercorrenti fra un patrono e un cliente. La relazione patrono-cliente è anzitutto diadica e perciò la sua formazione e conservazione dipende dalla reciprocità nello scambio di prestazioni o favori; essa, inoltre, si instaura tra due parti di differente status, ricchezza e influenza. In una transazione tipica, il cliente attore di status basso, riceve favori materiali e servizi intesi a migliorare la sua condizione di vita, mentre il patrono, attore di status alto, riceve compensi meno tangibili, come servizi personali, segni di stima, deferenza o lealtà, o servizi di natura direttamente politica come voti.

La relazione clientelare, infine, essendo di natura strettamente personale è legata a dinamiche estremamente circoscritte e risulta legata molto alla vicinanza di due attori [6]. Uno dei problemi di maggior rilievo che il clientelismo meridionale postunitario pone all’attenzione dello studioso è perciò quello dei suoi rapporti col familismo.

Esso, in verità, rivela anzitutto e conferma le ragioni stesse di quest’ultimo. Poiché, dopotutto, non è che la traduzione della preminenza dei rapporti affettivi al di fuori dell’ambito familiare. L’assunzione del comparaggio - di fatto avvertito come una quasi parentela - quale strumento efficace adottato dall’uomo politico meridionale per confermare la certezza del proprio elettorato, è uno dei tanti comportamenti che dimostrano il legame tra clientela e familismo. Un uomo politico, raccontando le proprie esperienze elettorali, potrebbe fornire dal principio alla fine prove molto significative della validità di questa tesi. “Ciò significa, in altre parole, che anche nei rapporti pubblici si ha la prevalenza dell’affettività, che si traduce in ricerca di appoggi diretti e personali aventi le stesse caratteristiche dei rapporti intrafamiliari” [i].

Naturalmente, le utilità che ne conseguono non appartengono all’ambito sociale dei vantaggi a lunga scadenza, ma si riferiscono a una momentanea gratificazione, di fonte extralavorativa, che si riferisce anch’essa a un ambito familiare di riceventi. Questo è anzitutto da connettersi con le caratteristiche della solidarietà interfamiliare, la quale è esclusivamente temporanea, ha una durata, cioè, che equivale al tempo necessario per soddisfare il bisogno che l’ha provocata. Il clientelismo conferma quindi il familismo anche per gli aspetti della temporaneità del suo intervento. I tempi brevi della gratificazione clientelare sono inoltre indifferenti ai tempi lunghi delle strutture politiche.

A sua volta, l’apparente gratuità del beneficio concesso, costituisce un vantaggioso investimento in termini di potere a favore dell’uomo politico che lo dispensa [i].

Detto ciò, non va perso di vista che le strutture concettuali familistiche sono assai più statiche rispetto a quelle clientelari. E che, come tali, non riescono a prendere consapevolezza dei mutamenti intervenuti nella società meridionale nel corso dei passaggi dagli Stati preunitari allo Stato unitario fino al fascismo, ed in particolare, nei decenni successivi alla caduta di quest’ultimo. Mentre al contrario tale consapevolezza matura e s’appalesa nella cultura clientelare. In altri termini, la transizione del Mezzogiorno dalla condizione di società sottosviluppata a quella di società in via di sviluppo incide scarsamente sulla sostanza del paradigma familistico, e invece, coinvolge e scuote in pieno quello clientelare. Il quale, oltretutto, è costretto a prendere atto dei metodi nuovi con i quali il sistema politico va via via atteggiandosi nei confronti delle masse meridionali.

Ciò fa comprendere anche perché le strutture clientelari possono mettere in atto, ove lo ritengano necessario, attività di manipolazione della famiglia e della parentela. In questo caso la famiglia, la parentela e la quasi parentela o comparaggio perdono il loro significato sacrale per dare rilevanza piuttosto ai vincoli di rispetto e di riverenza, alla strumentalità delle relazioni e ai loro aspetti materiali. Mentre una volta era manipolabile soltanto il cliente, adesso diventa manipolabile anche il patrono. Ciò può accadere soprattutto quando entrano in crisi i rapporti tradizionali e gli equilibri loro connessi, fondati sulla reciprocità.

 

5. Clientelismo urbano

Altro problema o aspetto del clientelismo meridionale che appare meritevole di approfondimento è il legame che lo unisce con l’assenza di coscienza e azione collettiva. Un tale aspetto assume significato e portata macropolitica, poiché affronta il rapporto tra forme clientelari e forme politiche più organizzate, emergente dall’ambito dei contesti urbani allargati e irrobustiti dai crescenti flussi migratori dalle campagne alle città [7].

Sul punto, è utile tuttavia distinguere due momenti. Il primo s’incontra e si fonde con la fase storica che vede tramontare definitivamente nelle campagne istituti collettivi, come quelli delle terre comuni, degli usi civici, del compascolo, che avevano assicurato alla loro economia alcuni rilevanti tratti censitari. Per cui il rapporto notabili-clienti che viene ad instaurarsi dentro i tessuti relazionali delle città del Sud permane quello tradizionale, tutto centrato su forme di solidarietà verticale ed opaco verso istanze ed impegni collettivi.

Del resto, i gruppi sociali e politici presenti nelle città meridionali appaiono scarsamente sensibili verso le forme di mobilitazione sociale o di solidarietà allargata e poco interessati a guidare le tensioni provenienti dalle campagne. Le identità politiche urbane e le risorse da esse scaturenti, in termini di capacità innovativa dei valori e delle forme organizzative ed istituzionali, sono scarse.

Sicchè anche le rare volte in cui danno vita a nuove opportunità di “acquisitività politica”, secondo l’espressione weberiana, il loro successo è modesto.

Di certo, una qualche azione di rottura nei confronti di una situazione siffatta, avrebbe potuto esercitarla il mercato in quanto fattore della frantumazione dei rapporti particolaristici, con i suoi portati storici di anonimato e di spersonalizzazione. Ma nel Mezzogiorno l’impatto del mercato, nel periodo della formazione dello Stato unitario, non è avvenuto in modo tale da garantire una completa razionalizzazione capitalistica. Lo sviluppo di una classe media e della proprietà borghese, per molto tempo, non avvennero a spese delle proprietà baronali, ma con la commercializzazione delle proprietà ecclesiastiche. Di conseguenza non si ebbe la nascita di una classe di contadini proprietari, e i rapporti sociali nel Mezzogiorno mantennero caratteristiche semifeudali [i].

Se il mercato si manifesta incapace, lo Stato appare inefficiente. Sicchè si delinea un vero e proprio sistema di incompatibilità tra cittadini-clienti e istituzioni. Il clientelismo meridionale appare, insomma, fortemente correlato ad una sfiducia da parte sia delle classi subalterne, che di quelle dirigenti, verso lo Stato unitario. E sia classi subalterne che classi dirigenti cercano di sfruttarlo per vantaggi personali. Naturalmente nella ripartizione degli utili privilegiate risultano le seconde. Dal punto di vista dello Stato, il clientelismo appare come una deformazione delle sue istituzioni, una utilizzazione delle sue leve per fini particolari. Dal punto di vista dei clienti, è soltanto una possibilità per acquisire dall’esterno dei benefici aggiuntivi alla normale attività lavorativa. Può rappresentare anche di più: l’unica possibilità di uscire dalla fatalità di una condizione umana di miseria.

In concreto, i tentativi di strappare dei benefici scelgono sempre la strada del ricatto e dello scambio politico, nel quale la merce da scambiare è il voto. Il fatto peraltro che gli elettori stessi o clienti intendano il voto come una merce è a sua volta imputabile a una diretta responsabilità degli uomini politici. Essi hanno fatto loro capire i vantaggi del clientelismo mediante un messaggio completo e appropriato, il cui contenuto è la promessa di un favore personale e immediato.

Ed è anche attraverso tale tipo di messaggio che si pone il divario fra le istanze collettive dell’ideologia politica e le reali proposte operative per il trionfo di quell’ideologia, in quanto si tratta di un trionfo che si deve incarnare in una persona, con cui si possono regolare direttamente i conti. L’ideologia diventa sempre di più una copertura formale pubblica con cui si riesce meglio a nascondere i conti legati a persone precise [i].

 

6. Clientelismo di massa

Il secondo momento in cui si esprime l’assenza di coscienza collettiva ha inizio con la comparsa del clientelismo di massa (mass patronage) [i]. Di quella nuova forma clientelare, cioè, nella quale l’erogazione delle risorse pubbliche si rivolge non più a singole persone ma ad intere categorie o gruppi sociali o ad ampie quote di popolazione. E perciò ha bisogno di organizzarsi in istituzioni e formazioni burocratiche, che facciano da tramite tra lo Stato ed i gruppi stessi.

Il mass patronage presenta per questo una sua parvenza di modernità. Tant’è che lo si incontra anche presso società avanzate che hanno realizzato la prima industrializzazione ed una completa penetrazione del mercato nelle dinamiche produttive e distributive.

Dal canto loro, la formazione dei partiti di massa e l’introduzione del suffragio universale non tardano a fornire un humus non poco favorevole ad una sua affermazione.

Già di per sé la forma - partito può esistere là dove punta ad elevarsi al di sopra dell’occasionalità e dell’individualità delle adesioni e delle prestazioni, “affermandosi come una entità astratta capace di dettar legge ai consociati che non potevano imporre ad essa le proprie volontà, se non trasformandole in momenti decisionali dell’istituzione”  [i]. Quando, poi, ai partiti di notabili succedono i partiti di massa, la pretesa della forma-partito di pesare in quanto tale sugli scambi politici cresce.

Conquistato il carattere di vere e proprie istituzioni politiche, i partiti di massa affermano la necessità di essere l’unico tramite sia della presenza dei propri membri nel contesto sociale sia della distribuzione fra di essi dei ruoli che assumono all’esterno. Finchè, con l’avvento della concezione del governo di partito (party government), non pretenderanno di assorbire l’intero sistema di relazioni che organizza l’attività di governo e di vanificarne ogni capacità decisionale tramite l’esercizio dei poteri di indirizzo e di nomina [8].

In Italia ciò accade assai presto. I partiti di massa, cioè, non tardano a spostare il loro baricentro operativo dalla società alle istituzioni. Partono dall’esigenza di estendere i meccanismi di legittimazione sociale in un contesto politico - rappresentativo, ma già con i governi Giolitti iniziano a centrare la loro attenzione sull’occupazione degli apparati e delle istituzioni dello Stato e del Parastato.

Naturalmente, una posizione di privilegio spetta al partito dominante. Sia che sorregga il governo da solo, sia che si avvalga di una coalizione di partiti, nell’esercizio dei poteri di indirizzo e di nomina, esso afferma una sua egemonia. E ciò anche se, nel secondo caso, un’ineludibile esigenza transattiva impone il ricorso al principio lottizzatorio.

Gli oltre quarant’anni di governi coalizionali ad egemonia democristiana sono al riguardo paradigmatici [9]. Senza dire che la DC, con la sua articolazione correntizia, realizza già al suo interno un circuito poliarchico-negoziale. Si pone, in altre parole, come una coalizione nella coalizione, con una corrente egemone, pacificata nei rapporti con le altre, dalla pratica spartitoria.

Come che sia, l’arena politica viene occupata da un clientelismo partitico i cui attori affermano di fatto il loro dominio su tutti i processi fondamentali di decisione e implementazione delle politiche pubbliche del Paese. Un clientelismo che genera una strana combinazione di ineguaglianza e asimmetria nel potere con una apparente solidarietà sociale.

Nel Mezzogiorno, poi, tale solidarietà difficilmente riesce ad andare oltre gli antichi termini di identità personali o di sentimenti e obbligazioni interpersonali. E la dimensione partitica, le volte in cui riesce a porsi con forza, viene percepita ed accolta più come relazione di parentela che come relazione di appartenenza. Forse anche perché il clientelismo partitico nelle regioni meridionali si diffonde, recando con sé una seconda combinazione, ancora più strana della prima: quella fra coercizione - sfruttamento e relazioni volontarie sostanziate di mutue obbligazioni [10].

D’altro canto, se l’ottica particolare delle genti del Sud non viene meno neppure con l’avvento dei moduli clientelari partitici, al posto dei partiti, saranno i singoli leader o comunque attori partitici a riscuotere, in quanto patroni, la fiducia dei singoli clienti o dei gruppi di clienti o persino delle clientele di massa. E sempre in quanto singoli patroni saranno loro ad incassare la riconoscenza, in termini di voti, per i benefici e le prestazioni offerte.

Neppure, insomma, con l’avvento del clientelismo di massa la società meridionale registra un qualche avanzamento negli attesi processi di maturazione e di orientamento verso il collettivo, in particolare, verso le sue dinamiche politiche di più alto significato, quali sono quelle collegate con la partecipazione e la conflittualità. Poiché, in definitiva, anche la nuova forma clientelare si appiattisce sul sociale, dando il saggio migliore della sua capacità mimetica.

7. Il trasformismo

Peraltro, occorre aggiungere che non è possibile comprendere ed interpretare un fenomeno siffatto, senza far ricorso all’altro pilastro della cultura politica meridionale, quello trasformistico. Precisando opportunamente che per trasformismo si intende qui una visione della vita politica per la quale il metro di coerenza degli uomini di potere non va cercato nella loro fedeltà ad un quadro ideologico ed alla impostazione programmatica che ad esso si accompagna, ma nella loro capacità di schierarsi sempre con le forze al governo, allo scopo di conservare la loro posizione di dominio, di essere in grado di soddisfare le richieste dei loro elettori e, di conseguenza, attraverso il sostegno crescente di questi, di rafforzare progressivamente la posizione stessa.

Esso, in realtà, scaturisce da un contesto che tiene uniti in una stessa logica eletti ed elettori. Il contesto sostanzialmente è quello clientelare avanti descritto. In pratica, il clientelismo, così come a monte è legato al familismo, così a valle è intrecciato al trasformismo. Sta, insomma, in mezzo a far da ponte e unire i tre fenomeni, che, alla fine appaiono necessariamente tre aspetti di un unico fenomeno.

Quest’interpretazione, si dirà, può tornare valida per il primo periodo della vita politica postunitaria, caratterizzato da un sistema elettorale uninominale e maggioritario e dall’assenza dei partiti. Ed invece, le pratiche trasformistiche delle élite politiche meridionali proseguono ininterrottamente fino ai nostri giorni, anche dopo l’avvento del proporzionale e dell’annesso scrutinio di lista e il ritorno, nell’ultimo decennio, del maggioritario, ancorché imperfetto, e dei collegi uninominali [/i]. Così come non trovano arresto neppure dopo la nascita e il consolidamento dei partiti di massa.

Le èlite utilizzano infatti questi ultimi come efficaci strumenti per promuovere la formazione al loro interno di aggregazioni di interessi o correnti in grado di condizionarsi reciprocamente. Introducono, in altri termini, in seno ai partiti di massa le loro logiche spartitorie in maniera da accaparrarsi il massimo possibile di leve elettorali, da tradurre in posti in parlamento, nelle altre assemblee elettive e negli apparati amministrativi dello Stato e degli enti locali.

I momenti storici salienti del parlamentarismo, del fascismo, del doroteismo e del berlusconismo ne sono la riprova. In questo senso, coloro che ci descrivono la vita politica meridionale come eguale e ripetitiva nei meccanismi, sempre pronta a svirilizzare il nuovo, riducendolo al vecchio, non hanno tutti i torti, anche se, naturalmente, la teoria della staticità sic et simpliciter del Sud, talvolta avanzata, è fuorviante. I partiti, legati fin dalla nascita a fattori lunghi di parentela ristretta o allargata, di clientele tradizionali o moderne, nelle diverse congiunture, sono sempre pronti ad etichettarsi vicendevolmente con i termini di liberale o clericale, radicale o moderato, fascista intransigente o transigente, democristiano di sinistra o doroteo. Nella realtà dei fatti, essi perpetuano i vecchi meccanismi di canalizzazione del consenso e di formazione del personale politico e amministrativo. Non senza introdurre nella struttura sociale e nel sistema politico elementi, seppure mai strategici, di novità e di avanzamento.-----

8. Il trasformismo parlamentaristico

La più antica pratica trasformistica è quella che gioca la propria politica delle maggioranze interpartitiche di governo all’interno delle Camere, dando vita ad un tatticismo parlamentare fatto di manovre, compromessi, accordi vari tra persone e gruppi, diretti a superare ogni divergenza e distinzione capace di bloccare la formazione di governi di larga intesa.

Artefice di una tale pratica, che per quest’insieme di fenomeni di stravolgimento e di degradazione dell’istituzione rappresentativa, va sotto il nome di parlamentarismo [11], è Depretis. Nella sua visione politica di partenza c’è verosimilmente la convinzione dell’esaurimento dei contrasti ideali, una volta consolidato lo Stato unitario e di una completa attuazione dei programmi della Sinistra negli anni che vanno dal 1876 al 1882, e cioè, dalla caduta della Destra alle prime elezioni a suffragio universale. Ma soprattutto agisce la constatazione che i partiti, come organismi di aggregazione e di mediazione, sono divenuti incapaci di rinnovarsi e di realizzare un saldo radicamento fra gli strati popolari politicamente più attivi; e che la Destra, in particolare, non è in grado di dar vita ad una vera, sistematica opposizione, ma riduce il suo ruolo critico a quello delle declinazioni di principi dei suoi uomini più rappresentativi e delle invettive moralistiche, dimostrando una fragilità, che, alla fine, approda ai metodi trasformistici, accettati sia pure in nome della presunta inderogabile necessità di assecondare governi stabili.

In queste condizioni, argomenta Depretis, governi stabili non possono essere quelli di partito o di coalizione o maggioranza normale, ma solo quelli legati a maggioranze molto ampie e composite, frutto a loro volta di accordi svincolati da ogni limite o remora ideale o di principio.

Maestro nell’arte di associare dentro formazioni governative singoli esponenti dei più disparati settori e interi gruppi o partiti, “trasformandoli”, è lui stesso. Già nel 1876 rivolge inviti alla Destra per una collaborazione o coalizione o “trasformazione” [12]. Ma soltanto dopo la vittoria elettorale del 1882, che consacra un successo più ampio di quello ottenuto nella consultazione del 1880, egli si sente in grado di realizzare il suo disegno di conquista di una completa egemonia sulla vita pubblica del Paese.

Ma l’uomo politico che dà spessore storico al trasformismo è Giovanni Giolitti. Le sue capacità nell’unificare attorno alla propria politica forze di estrazione diversa e persino antagonistiche sono uniche. Egli punta naturalmente sulla scelta di deputati particolarmente esposti agli appetiti di governo e di sottogoverno, in ciò agevolato dall’introduzione dello scrutinio di lista. E su questa strada sviluppa senza grandi intralci le sue attitudini manipolatorie e la sua bravura nell’amalgamare in un unico “partito” ampie frazioni della Sinistra e della Destra, destinate a costituire in parlamento le larghe maggioranze necessarie alla formazione dei suoi gabinetti.

Le crisi di governo di conseguenza sono frutto non della formazione di nuove maggioranze o dell’elaborazione di nuovi programmi politici, ma di decisioni del presidente del Consiglio volte a garantire assoluta discrezionalità alla condotta della sua amministrazione e ad incrementare il suo potere personale [13]. Esse, paradossalmente, sono extraparlamentari solo formalmente. Nella realtà sono suggerite al presidente del Consiglio dalla quotidiana ricerca del difficile equilibrio nei rapporti tra governo e parlamento.

In questa direzione Giolitti utilizza il decreto Zanardelli sulle attribuzioni del Consiglio dei ministri del 14 novembre 1901, per concentrare nella persona del presidente i poteri collegiali del Consiglio. Rende inoltre ancora più rigido l’accentramento politico, mortificando le autonomie locali, come evidenzia il ricorso in misura crescente allo scioglimento dei consigli comunali e provinciali. Accresce il peso della burocrazia nella funzione di organizzazione del consenso che l’accresciuta pressione di nuove forze politiche le attribuisce anche sul piano elettorale [14]. Riafferma e rafforza il ruolo dei prefetti, quali capi elettori del governo, come aspetto permanente della vita dello Stato italiano; instaura un’osmosi tra la loro carriera e le carriere politiche fino alle più alte sfere istituzionali; e perciò sceglie tra di loro alcuni dei maggiori collaboratori per la realizzazione della sua politica [15].

Area singolarmente aperta al trasformismo parlamentaristico risulta naturalmente il Mezzogiorno, nonostante gli interventi innovativi della politica giolittiana rimangano sostanzialmente limitati agli strati più organizzati della classe operaia, e cioè, al Settentrione. Si hanno, in realtà, da una parte, l’assunzione degli interessi dei nuovi settori trainanti dell’industria del Nord, in particolare di quelli elettrici e meccanici, dall’altra, il ricorso alla forza nei conflitti di lavoro che vengono ad insorgere nel Sud.

Il dichiarato “settentrionalismo” e la lunga serie di eccidi proletari, da Candela (Foggia) a Giarratana (Siracusa), non impediscono ad una vasta schiera di politici meridionali di “convertirsi” a Giolitti, saltando sul carro dell’astuto vincitore delle campagne elettorali: ricordo per tutti il capo della delegazione napoletana Pietro Rosano ed il giurista palermitano, ricco di ambizioni e d’avvenire, Vittorio Emanuele Orlando [16].

Questi, piuttosto che farsi protagonisti di un processo di rinnovamento, si rendono tramiti e non di rado promotori di una ricomposizione della classe dirigente e della classe politica meridionali, sulla base di un innesto ancora subalterno di una parte delle nuove forze sociali e politiche. Il sentiero che battono conduce dopo tutto alla saldatura tra nuovo blocco urbano e vecchio blocco agrario, preludio di una “pace sociale” che non tarda a disvelarsi come la metafora di una paludosa immobilità [i].

Preoccupazione fondamentale del blocco giolittiano è di conseguenza la creazione di un argine all’avanzata del movimento operaio di cui paventa l’ansia riformatrice e la carica eversiva. Strumento per il conseguimento di un tale obiettivo è la creazione di un grande partito liberale di governo capace di fronteggiare l’avanzata del socialismo, direttamente legata alla formazione del proletariato industriale, e di contrastare l’affermazione di un cattolicesimo politico di stampo popolare.

Il Mezzogiorno è l’area strategica attraverso la quale siffatto disegno può e deve passare [i].

 

9. Il trasformismo fascista

Un tentativo di rescindere i canali che, attraverso il sistema dei notabili, collegano società e Stato in termini clientelari viene messo in atto, tuttavia, pur con non pochi tentennamenti, incertezze e contraddizioni, dal fascismo.

Il regime raccoglie la feroce critica rivolta dagli epigoni della Destra storica al funzionamento delle istituzioni rappresentative nell’Italia meridionale, allo scopo di negare la legittimità e la possibilità stessa di una rappresentanza democratica di un popolo bisognoso di essere educato e guidato. Ma la sua polemica non è solo antiparlamentare, bensì anche antinotabiliare e anticlientelare.

Ciononostante, non sortisce effetti significativi. Anche a prescindere dal fatto che queste critiche fanno tutt’uno con la sua radicale scelta antidemocratica. Da una parte, la massa dei clienti finisce per trincerarsi in una dimensione del tutto particolaristica, come fanno sia le aggregazioni più organizzate, residenti negli aggregati urbani ed alimentati dai ceti medi, in particolare, dalla piccola borghesia vivace e inquieta che anima il fascismo, sia i gruppi primari fondati sulla parentela allargata e sul vicinato, che vivono nei piccoli centri e nei paesi. Dall’altra, i patroni politici, danno la loro adesione formale al regime, ma non di rado ne disprezzano le forme di raccolta del consenso fatte all’insegna di eccitazioni patriottiche, isterismi nazionalistici, esaltazioni grottesche della figura del duce e così via. Essi sono consapevoli che i voti continuano a provenire dal rispetto delle antiche regole clientelari. E perciò, anche quando si trovano inseriti nei quadri del potere fascista, più che sull’ideologia e sulla propaganda, fanno affidamento sui programmi di lavori pubblici che il regime comincia a mettere in atto nel Sud.

Insomma, da una parte, ci si trova dinanzi ad una strategia che si propone di creare e controllare un largo blocco sociale interclassista, fondato sulla rottura dei meccanismi di cooptazione propri delle istituzioni liberali, basati sul censo e sulle tradizionali gerarchie della società civile. Dall’altra, si dà avvio al riassorbimento di buona parte del ceto politico d’età liberale, all’interno di un progetto che, partendo dal centro, cioè dallo Stato, annuncia e promette una nuova, penetrante azione politico - burocratica ma anche economica, per la prima volta diffusa capillarmente sul territorio. Elementi di continuità si combinano così con elementi di mutamento in un difficile equilibrio che il nuovo regime ha l’ambizione di gestire facendo ricorso ad una dirompente presenza dello Stato autoritario, intesa a spezzare per via orizzontale e verticale la marginalità sociale delle regioni meridionali, e di adoperare, in una improbabile sintesi, pretese giacobine e tecniche giolittiane [i].

 

10. Il doroteismo

Una forma più sottile e complessa di trasformismo è quella espressa nel secondo dopoguerra dalle idee e dalle pratiche dorotee, configuranti un modo di concepire la politica come attività creatrice di un sistema di potere solido, stabile, esaustivo di tutti gli ambiti possibili e tendente all’occupazione dei gangli vitali dello Stato e degli enti territoriali, nonché della vasta area di economia pubblica da essi controllata.

Maturato inizialmente in seno ad una parte del gruppo dirigente della Dc, diviene in prosieguo patrimonio dell’intero partito, e da ultimo, come accade del resto alle precedenti forme storiche di trasformismo clientelare, cultura comune a gran parte della classe politica italiana. Anche perché non esaurisce la sua dimensione nell’essere semplicemente logica politica, ma, fuoriuscendo dal luogo e dall’arco storico nei quali nasce e si sviluppa, si traduce in regola generale di vita sociale e culturale.

Il Mezzogiorno ne è uno scenario privilegiato, al punto che taluno si è posto la domanda se il doroteismo non debba essere considerato addirittura come il prodotto di una linea meridionale di conduzione storica della Dc, linea divenuta motrice di una strategia, che, a partire proprio dal Sud, crea nuovi itinerari per il partito d’ispirazione cristiana, in un orizzonte geografico ben più ampio.

La meridionalizzazione della Dc, in ogni caso, avviata già agli inizi degli anni Cinquanta, è un fatto. Il Mezzogiorno, che, nel 1946, rappresenta il 29.7 per cento della forza complessiva di questo partito, nel 1952, raggiunge il 54.8 per cento. E meridionalizzazione non significa soltanto un crescente peso delle regioni del Sud all’interno del partito, ma anche una maggior presenza dell’organizzazione democristiana nella società meridionale [17].

Tutto ciò tende a creare nel Sud un equilibrio sociale nuovo, temperato tuttavia dalla sopravvivenza nelle strutture e nei comportamenti di caratteri ed elementi fondamentali del vecchio equilibrio. L’élite dorotea consolida così quel carattere peculiare che sta alla base dell’organizzazione sociale e politica del Mezzogiorno: il trasformismo clientelare.

Nel secondo dopoguerra, in realtà, la Dc dà vita ad una classe politica la quale si ripropone di far apparire alle popolazioni lo Stato non più nemico, quale si è presentato all’indomani dell’unificazione fino al fascismo, ma protettore della società meridionale, anzi, fautore della sua modernizzazione. Le sue assicurazioni si fondano sui concreti massicci flussi di risorse pubbliche decisi dai governi, a partire dai primi anni Cinquanta. Riforma agraria, Cassa del Mezzogiorno, enti di sviluppo, politica di sussidi ne rappresentano i principali strumenti di azione. Ad essi vanno aggiunti gli istituti di credito agevolato e gli interventi dell’Iri e dell’Eni.

La classe di cui si parla punta, insomma, a gestire una forma di rinnovamento del Sud attraverso un tipo di penetrazione del mercato che consenta, pur tra talune forme di vivacizzazione, di conservare e proteggere la società tradizionale. La sua non è dunque una politica di mera conservazione, ma di protezione e di crescita moderata, finalizzata a mantenere i consensi elettorali dei vecchi ceti e a conquistare quelli dei nuovi, entrambi astringendoli dentro le vecchie e le nuove gabbie della subalternità socio-economica e culturale. E così, contrariamente a quanto accade in tutte le società investite dall’impatto del mercato, da una parte, eleva i redditi ed apre ai moderni consumi, dall’altra, mantiene gran parte dei vecchi condizionamenti socio-economici e culturali.

La metodologia di sviluppo della società meridionale, praticata dalla classe politica dorotea, appare in altre parole, fondamentalmente dicotomica. Da un lato, avvia innovazioni, sostituendo nell’agricoltura i notabili, percettori di rendite fondiarie, con gli imprenditori agrari, nell’industria la vecchia imprenditorialità con i nuovi manager, nel terziario i tradizionali commercianti con i più moderni gestori di competitive reti di scambio. Dall’altro, mantiene una politica di tutela che fa permanere in vita vasti settori di sussistenza, legati ad antiche forme di protezione parassitaria.

Trova necessario di conseguenza introdurre dei mutamenti nelle tradizionali funzioni di mediazione. In forza di essi, cambiano i soggetti stessi che esercitano tali funzioni: dai notabili si passa ai political brocker, i quali molto meglio dei primi trovano accesso ai luoghi del centro che decidono l’erogazione delle risorse destinate alle periferie. Cambia il tipo di risorse: da quelle di proprietà privata, solitamente notabiliare, si passa a quelle di proprietà pubblica. Cambia il contenuto della mediazione: dalle transazioni e dai compromessi in ordine alle funzioni repressive dello Stato, si giunge all’azione di stimolo del suo intervento nei settori produttivi e nei diversi ambiti della vita sociale.

Naturalmente, l’élite dorotea meridionale per garantirsi la continuità nello svolgimento delle funzioni di mediazione ha bisogno di istituzioni di affiancamento: sindacati, patronati, associazioni ed organizzazioni del più vario tipo. All’interno di questi gruppi istituzionalizzati, e soprattutto di quella complessa machine politics che è divenuto il partito democristiano, i membri dell’élite agiscono, in realtà, nelle vesti di imprenditori di mediazione, così assicurandosi un rapporto fiduciario con quei larghi strati di cittadini, che, dal canto loro, hanno bisogno di rassicuranti interpreti delle loro istanze. Sono questi gli strati, che, una volta entrati nella logica fiduciaria, per via dei favori già concessi o impegnati, diventano i sostenitori naturali di siffatta élite e della sua funzione di conversione delle risorse economiche e sociali in consensi politici, raccolti non di rado con metodi i più spregiudicati.

La nuova metodologia consente, comunque, all’élite dorotea e all’intera Dc di espandere sempre più la sua azione trasformistica e di far sì che la compresenza e la coagulazione di vecchio e di nuovo, di avanzamenti e di arresti, nella società meridionale, rendano sempre ricche le sue raccolte di consensi. Così irrobustendo un blocco sociale che trova i suoi ampi supporti nella residua piccola e media borghesia rurale, in quella cittadina degli affari e delle libere professioni, in talune frange intellettuali e giovanili, in settori di non poco conto del mondo cittadino ed operaio. Il cemento è rappresentato per i primi due segmenti dai mille benefici e aiuti posti in atto dalla già citata politica assistenziale; per il terzo ed il quarto da un tipo di riformismo industriale e agrario, produttivo di un certo numero di posti di lavoro e di nuove occupazioni, seppure precarie, e soprattutto dagli impieghi pubblici, assicurati da una selva di organismi, istituti, enti, consorzi. Siffatto blocco sociale è anche un blocco politico, poiché da esso provengono le nuove leve della Dc, i quadri del potere locale, regionale e nazionale, nonché la dirigenza e il management, collocato alla guida dei numerosi enti pubblici, consorzi, banche, società finanziarie, messi in piedi da questo programma di rinnovamento, e affidati per lo più a democristiani, in maggioranza dorotei di sicura osservanza. Il trasformismo giolittiano, come quello fascista, per progredire sfrutta l’arretratezza politica. Quello doroteo si fa, per così dire, fine a se stesso, mezzo puro e semplice di gestione del potere, arrivando ad un tal punto di compromissione, da finire, in certi casi, col condurre alla paralisi della stessa macchina politica, incapace alla fine di mediare positivamente gli interessi dei numerosi gruppi e gruppuscoli, dei centri palesi ed occulti del potere, delle lobby, delle organizzazioni criminali, aggregazioni tutte col blocco politico doroteo in vario modo raccordate [/i]. Sì che il blocco medesimo finisce col divenire il portatore di una visione politica che separa la ricerca del potere dalla ricerca di ogni e qualsiasi valore. -----

Una delle tante verifiche storiche di ciò si ha nel fatto che quando nel novembre 1969 il correntone doroteo si scinde, dando vita ad Iniziativa Popolare di Rumor e Piccoli e ad Impegno Democratico di Andreotti e Colombo, Andreotti si reca a Palermo, dove era già sceso alla vigilia delle elezioni del 19 aprile 1968. Quivi il contesto è chiaro: sono in auge i fanfaniani guidati da Giovanni Gioia parlamentare e da Salvo Lima sindaco. L’emarginazione del primo e l’acquisizione alla corrente appena formata del secondo, assai più saldamente legato agli ambienti mafiosi e padrone di un consistente pacchetto di voti, rappresenteranno per Andreotti uno dei fattori principali dell’affermazione della corrente stessa [i].

Un ruolo particolarmente significativo nella gestione dorotea della società e della politica meridionali, peraltro, viene svolto da leader, che pure, nel momento in cui giungono alla guida della Dc, sembrano con sincero convincimento perseguire una nuova identità politica e culturale ad elevato profilo morale e con più forte motivazione sociale, come sono Moro e De Mita.

Tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta, e cioè, nella stagione che porta a maturazione l’esperienza del centro-sinistra, Moro, che di questa sarà uno dei più convinti ispiratori e realizzatori, appare altresì come colui che prepara ed anticipa la concezione e la pratica dorotea della politica. È pur vero che il gruppo doroteo vero e proprio, nasce dalla rivolta contro Fanfani, nel momento in cui la sua occupazione dei principali apparati dello Stato e degli enti pubblici ed economici, operata in nome della razionalizzazione del potere e della sua emancipazione dalle pressioni di taluni settori della gerarchia cattolica, risulta già consolidata. Ma il 14 marzo 1959, vale a dire, il giorno dopo la costituzione in corrente degli uomini della rivolta, segretario del partito, in sostituzione di Fanfani viene eletto Moro, con il vincolo, tra l’altro, di appoggiare il governo Segni, che, pur sorretto dai voti liberali, monarchici e missini, dovrebbe proseguire nell’attuazione del programma del precedente governo Fanfani: programma tra i cui punti caratterizzanti vi sono obiettivi di grande portata e significato, come l’attuazione dell’ordinamento regionale, il varo di una legge sindacale, la disciplina del referendum.

Oltretutto, non va dimenticato che la sconfitta di Fanfani deve farsi risalire alle preoccupazioni che fra molti leader democristiani desta la sua politica conflittuale con la Confindustria, nel perseguimento del progetto di sviluppare l’autonomia del partito, irrobustendo l’iniziativa dell’industria pubblica e, in particolare, appoggiando l’azione del presidente dell’Eni Enrico Mattei. Nè va sottovalutata l’irritazione dei nuovi notabili meridionali del partito, i quali, pur essendo stati immessi nel potere dalla gestione fanfaniana, non tollerano l’intromissione e la forte mano dirigistica del segretario nazionale.

Moro esordisce, dunque, all’insegna del trasformismo e sotto questa insegna prosegue, in particolare, coi governi di centro-sinistra da lui presieduti, finendo col dare vita a quella forma raffinata di doroteismo, che va sotto il nome appunto di moroteismo. Fornisce, in altre parole, ai dorotei “classici” più alti e articolati moduli operativi che solo la sua intelligenza può concepire ed elaborare.

Questi trovano la loro premessa teorica in una concezione dello Stato che ha una palese ispirazione meridionalistica. Lo Stato, scrive Moro è “...uno nato dal molteplice e che nel molteplice ancora si risolve, in quanto del tutto coerente all’essenza...della vita sociale...” [18]. Il Mezzogiorno è parte di questo molteplice che va ricondotto all’unità dello Stato; è, cioè, un assieme di problemi e di interessi particolari da integrare in uno Stato uno, ma al contempo plurale, come mostra la sua articolazione in autonomie locali. “Va sottolineata, dice sempre Moro, l’analogia che esiste fra le comunità locali e la realtà del Mezzogiorno; in tutti e due i casi si tratta di comunità particolari e di interessi particolari, che naturalmente si inseriscono nella comunità nazionale e nello Stato democratico. Come le comunità particolari fanno da sé tutto quello che possono per integrarsi nella più vasta comunità nazionale, così la comunità meridionale storicamente definita utilizza le proprie energie per la sua elevazione, ma conta per questo nell’impegno unitario e responsabile dello Stato democratico” [19].

Continuare dunque a pensare il Mezzogiorno soltanto come espressione di squilibri economici, da risolvere con gli schemi mutuati dalle teoriche delle aree depresse (che pure, sino alla metà degli anni Cinquanta, costituiscono il patrimonio più rilevante della Dc) è riduttivo e distorcente.

Ciò, d’altro canto, comporta: 1) l’ammissione che il processo integrativo del Mezzogiorno nello Stato diviene più completo quanto più è rapida e forte l’espansione dell’economia nazionale; 2) il mantenimento e la valorizzazione dei connotati capitalistici di tale espansione, pur guidata dal ruolo interventista e ridistributivo dello Stato; 3) l’abbandono della concezione del partito quale istituzione idonea a rappresentare gli interessi generali della società e a proporsi esso stesso come nuovo modello di Stato; 4) la sostituzione della centralità del partito con la centralità dello Stato; 5) la consapevolezza che quest’ultima tuttavia non implica la disomogeneità del partito rispetto agli orientamenti e alle scelte statuali e che, alla fine, è ad esso che bisogna garantire la possibilità di gestire i flussi di risorse erogati dallo Stato [i].

Il che altro non significa che far rientrare dalla finestra quell’identificazione tra Stato e partito che era uscita dalla porta, e che sta all’origine di tutte le pratiche spartitorie, clientelari, trasformistiche caratterizzanti la vecchia società meridionale che si vorrebbe cambiare e modernizzare.

Da una tale ottica, comunque, appare essenziale accelerare il processo di ricambio dei gruppi dirigenti democristiani e preparare quell’assunzione della guida dei centri e dei meccanismi, soprattutto locali, di direzione e controllo sociale, nonché del ruolo mediativo nella distribuzione delle risorse fra centro e periferia.

Laboratorio di sperimentazione di questa visione politica è la Puglia. A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta e per molto tempo in avanti, morotei sono, ad esempio, non soltanto il segretario provinciale della Dc di Bari, presidente altresì della Coldiretti e il segretario provinciale di Taranto, poi presidente dell’Asi, ma anche il presidente della Regione, alla guida della prima giunta di centro - sinistra, già sindaco di Bari, e il presidente dell’acquedotto pugliese.

La proposta morotea si annoda attorno alla formula del centro-sinistra e rappresenta come una scommessa per un effettivo spostamento dell’iniziativa politica su un terreno di autentico riformismo. Ma tale formula non supera i limiti di una democrazia bloccata, annoso problema della politica italiana, né amplia gli spazi della partecipazione. Non avendo, in più, affrontato seriamente il problema della programmazione,va incontro al fallimento del cosiddetto “piano a componente meridionalistica” e alla conseguente capillarizzazione nelle regioni del Sud delle spinte assistenzialistiche e clientelari [/i].

È questo il quadro nel quale si collocano i parametri politici generali dell’azione morotea e le sue negative conseguenze testè accennate. Ad esse vanno aggiunte la mortificazione del ruolo politico e progettuale delle federazioni provinciali, con ovvi riflessi anche negli altri partiti del centro-sinistra,in particolare nel Psi, che avvia nel Mezzogiorno, come, peraltro, nel resto d’Italia, quel processo pervasivo di malcostume e di corruzione che lo travolgerà.

Ulteriori processi di adattamento e di mimetizzazione trasformistica conosciuti dalle regioni meridionali sono quelli avviati negli anni Ottanta dalla lunga segreteria politica (1982-1989) di De Mita. Inizialmente non gradito alle grandi famiglie industriali, il leader della sinistra Dc viene in seguito accettato, sulla base di talune garanzie di fondo fornite in ordine alla prosecuzione della politica moderata praticata sino allora dalla Dc ed al rispetto della pregiudiziale conventio ad excludendum nei confronti del Pci. La sua elezione vede così allineati i dorotei dell’uscente segretario Piccoli - il quale peraltro viene collocato alla presidenza del partito -, gli andreottiani, un gruppo di seguaci di Fanfani e la cosiddetta “area Zaccagnini” [i]. Realizza, in altri termini, una ridislocazione delle alleanze classicamente trasformistica.

Con questa premessa, i propositi di rinnovamento del partito, in rispondenza ai mutamenti sociali e culturali subiti dal Paese ed alla ricomposizione del mondo cattolico intorno alla Dc avvenuta dopo la sconfitta subita nel referendum sull’aborto, non possono essere che di breve durata. Non appena il leader della “Base” manifesta le sue prime intenzioni nel merito, i notabili dorotei meridionali dispiegano una tenace resistenza, sotto la leadership di Antonio Gava, il quale, ingombrante e disinvolto, si avvale della copertura derivantegli dall’essere alleato della prima ora, per dispiegare un’azione tendente, in un primo tempo, a condizionare pesantemente l’azione del segretario e successivamente a rovesciarlo, perpetuando così il dominio doroteo in Campania e nell’intero Mezzogiorno. “Che cosa dire?”, esclama in quegli anni, il deputato democristiano Ugo Grippo, commissario presso la federazione Dc di Napoli. “Che mi ritrovo dopo anni di lavoro, con Gava vero e proprio proconsole in Campania. Lui ministro e noi rinnovatori (...). Mi pare, ormai ci sia poco da fare; le correnti si riorganizzano, i vecchi gruppi si ritrovano, è tutto uno sferragliar d’armi in vista del congresso. Quella che voi chiamate “corrente del Golfo”, quella di Gava (...) appunto, è già fortissima. Forse tanto da condizionare persino il segretario”. Del resto, già nel 1980, all’indomani dell’assassinio del presidente della Regione siciliana Sante Mattarella, prestigioso sostenitore della politica demitiana, Andreotti incontra i boss di Cosa Nostra Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo.

I limiti più profondi dell’azione politica demitiana provengono tuttavia da più lontano, sono intrinseci, anzi, alla stessa impostazione ideale e programmatica che vi sta dietro. In una serata di presentazione della candidatura alla segreteria, nel corso della quale, presenti uomini vicini alla Fiat e ad altri grandi gruppi industriali, viene fuori il problema del taglio della scala mobile, De Mita superando le tergiversazioni di coloro i quali temono d’essere classificati di destra, dichiara con accento deciso: “ Se per salvare il Paese bisogna essere di destra, ebbene, dobbiamo essere pronti ad andare a destra” [/i]. Così la segreteria De Mita si schiera a favore della posizione della Confindustria che denuncia l’accordo sulla scala mobile, manifesta il suo appoggio al piano di riduzione del costo del lavoro, si pronuncia a sostegno della tesi della necessità di ridurre l’intervento pubblico, senza suggerire alternative convincenti. Il suo progetto sociale, dopotutto, si ispira ad un moderno conservatorismo medioborghese [20].

Ma v’è di più. Il partito viene posto nelle mani di una oligarchia dal piglio decisionista ed intollerante. In un momento in cui vengono toccati i punti più alti della corruzione politica con l’intensificazione della pratica delle tangenti, della concussione, dell’estorsione, dei ricatti, della concessione in uso abitativo con canoni irrisori di immobili urbani di pregio a dirigenti partitici e sindacali, a ministri e parlamentari, a giornalisti e magistrati di tutti gli schieramenti politici, la segreteria De Mita, in conflitto con i suoi propositi iniziali di arrestare il trend della laicizzazione del partito e di riaccostarlo ai valori e alle istanze del mondo cattolico, scagliona nelle regioni del Sud, in particolare in Irpinia, in Calabria ed in Sicilia un drappello di dirigenti ambiziosi e spregiudicati, cui affida la guida delle segreterie provinciali e regionali del partito e il governo delle amministrazioni regionali e comunali. Al contempo, insedia la sua partnership di corrente, ovvero i suoi uomini più fidati, ai vertici degli enti di Stato dei settori forti dell’economia pubblica e delle reti finanziarie private. Ricalca e sottolinea, insomma, le vecchie pratiche lottizzatorie, aggiungendovi, nel quadro di una degenerazione partitocratrica divenuta ormai inarrestabile, un paradossale principio di legittimazione, per il quale il privilegiamento nella lottizzazione inter e intrapartitica non soltanto del partito egemone, ma anche delle sue correnti che riescono ad eleggere il segretario politico pone il fondamento per una responsabilità maggiore nella conduzione degli enti pubblici e privati assegnati dai partiti. E tanto fa, si badi, in un quadro programmatico che pone alla sua base il radicale assetto politico e morale del partito da perseguire attraverso a) l’abolizione delle correnti, b) la lotta alla corruzione.

In conclusione, se il moroteismo, con il suo spessore dottrinale e ideologico, la sua impegnata riflessione sulla questione meridionale, la consapevolezza delle sue incoerenze e dei suoi limiti, risulta una forma superiore di doroteismo, il trasformismo del leader della “Base”, invece, o demitismo, appesantito com’è oltretutto, dal coinvolgimento di numerosi suoi esponenti di prima linea in processi per corruzione o per mafia o per facile ingiustificata fruizione di privilegi di ogni genere, rivela un volto rozzo ed è accompagnato da un rigoglio di presunzione che non ha precedenti nella storia del partito.

11. Il consociativismo

Ma la punta più alta del divenire trasformistico viene toccata dal Mezzogiorno, in conseguenza dell’esplodere delle sue contraddizioni e del generale deperimento sociale e politico verificatosi a livello nazionale, dopo le elezioni del 1976.

Negli anni che precedono tali consultazioni, nel più ampio quadro dell’eurocomunismo, dentro al quale viene a definirsi la nuova identità occidentale di non pochi partiti comunisti europei, primo fra tutti quello italiano, in seno alle due maggiori soggettività popolari, la Dc e il Pci, matura la convinzione che sia ormai giunto il momento di dar corso alla “terza fase” (come la chiamò Moro) del dinamismo socio-politico del sistema scaturito dalla Costituzione del 1948. Quella rappresentata dal cosiddetto “compromesso storico”, cioè, dall’incontro appunto tra le due soggettività politiche, interpreti delle istanze di costruzione di un nuovo Stato, nella cui moderna funzionalità democratica possa rispecchiarsi una reale apertura alle aspettative dei larghi strati popolari.

Fonda una tale convinzione la graduale accettazione del principio che le ideologie non possono più essere un ostacolo all’unità dei lavoratori e alla collaborazione tra il movimento cattolico, che ne rappresenta, sia pure non classisticamente, una piccola parte e il partito storico della classe operaia. Né la democrazia può essere più assunta come momento di transizione al socialismo, poiché essa è da vedere ormai come un valore permanente da realizzare nel socialismo [21]. Le gravi involuzioni partitocratiche ed il conseguente degrado morale della vita politica costituiscono, poi, un ulteriore stimolo e cemento di questo comune sentire, che da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, prestigiosi leader dei due partiti, con non poca fatica, viene trasmesso ai loro gruppi dirigenti.

Siffatte idee divengono prassi nei governi Andreotti, che si succedono tra il 1976 e il 1979. Nel primo, detto “delle astensioni” o della “non sfiducia”, per la prima volta, nel voto di fiducia ad un governo democristiano, il Pci si astiene. Nel secondo, varato il giorno stesso del rapimento di Moro (massicciamente utilizzato dal “governo invisibile” operante nel Paese, a fini di stabilizzazione) [22], e perciò prontamente trasformato da governo a maggioranza “programmatica parlamentare” in governo di “solidarietà nazionale”, il Pci vota a favore.

Se accettiamo il principio della metodologia politologica, in base al quale solo attraverso la ripetizione dei comportamenti è possibile individuare le costanti, ci accorgiamo subito che, in fondo, tale approdo del Pci è scritto nel suo destino [23].

Per la Dc, invece, la stagione della solidarietà, almeno ufficialmente, rappresenta solo il primo tempo della “terza fase”. Il secondo, nell’interpretazione di uno studioso assai sensibile alle elaborazioni teoriche morotee, qual è Roberto Ruffilli, avrebbe dovuto condurre alla democrazia dell’alternanza tra i due partiti maggiori. Senonchè, Moro non parla mai di alternanza in questo senso.

Il che sospinge a precisare come, già sul piano concettuale, contrariamente a quanto in modo dichiarato o allusivo scrivono taluni politologi [24], la consociazione, così com’è intesa in Italia, si ritrovi solo per alcune componenti nel modello di democrazia consociativa tratteggiato da Arendt Lijphart alla fine degli anni Sessanta. Senza dire che il nuovo modello di “democrazia consensuale” dallo stesso Lijphart proposto in un noto volume del 1984 contiene, come egli stesso precisa, “fondamentali differenze” rispetto al primo [i]. Così pure la consociazione, a meno di violente forzature, peraltro compiute da taluni politologi e giuspubblicisti, non può essere vista come il frutto maturo di una Costituzione, che, in attuazione del sostanziale compromesso di cui è espressione, divide il potere fra una pluralità di istituzioni bilanciate fra di loro e ricollegate alle forze politiche di maggior peso, quale che sia la loro ideologia. Poiché il sistema politico architettato dai costituenti è ispirato ad un ideale di democrazia consensuale nel senso più generale del termine, ma si astiene assolutamente dal definire il tipo o i tipi di consenso che possono essere perseguiti e quelli che devono essere banditi.-----

Sul piano storico gli esiti dell’esperienza consociativa italiana, se per il sistema politico nel suo complesso appaiono decisamente negativi, per il Pci risultano disastrosi.

Nell’esperienza politica del secondo dopoguerra, comunque, l’incontro della DC col partito comunista avviene molto presto. Quest’ultimo manifesta come una sorta di vocazione alla rinuncia dell’esercizio del potere in solitudine ed in piena diretta responsabilità, e si volge verso una costante opzione per un potere monopolizzato dal partito di maggioranza relativa e da esso partecipato, in un rapporto di subalternità.

Gli anni della solidarietà nazionale, in quanto estrinsecano nella sua interezza (ed in fase matura) tale vocazione, non possono non essere perciò gli anni della sua umiliante strumentalizzazione e del suo logoramento, soprattutto, nei confronti della classe operaia. L’astensione prima, il voto di fiducia dopo, servono ad assecondare il governo Andreotti nel difficile compito di richiedere sacrifici al Paese in un momento in cui occorre risanare un’economia ed una finanza gravemente compromesse. Lo Stato di emergenza in cui l’Italia è astretta, più che una politica di trasformazione (che per altro la Dc rifiuta di attuare), consente un’azione di contenimento della crisi ed un intervento sui guasti più vistosi. Ne vien fuori un confronto continuo tra una Dc che punta a mantenere il massimo del potere e dei privilegi ed un Pci su posizioni difensive ogni giorno sempre più logorate da una quotidiana contrattazione sfibrante e compromettente, alla ricerca di una legittimazione indispensabile per vincere i dubbi e le remore ancora esistenti nei riguardi di una sua effettiva capacità di governare, sia pure in compartecipazione subordinata.

Ma i prezzi che il Pci si trova a pagare in conseguenza della sua decisione di intraprendere il sentiero del compromesso storico non finiscono qui. Se sul piano politico deve accettare, anzi, deve attivamente cooperare all’azione di contrasto di ogni movimento collettivo contestatario decisa dalla Dc e addirittura è costretto ad impegnarsi in un’opera di ammorbidimento dell’attività sindacale, sul piano sociale, deve sottostare a conseguenze ancora più pesanti. Poiché non è possibile pensare ad un accordo di vertice con la Dc senza pagare uno scotto nelle materie che attingono alle rendite ed ai consumi improduttivi. La necessità di neutralizzare le possibili reazioni corporative delle aree improduttive, cresciute all’ombra dei governi di centro - sinistra, comporta una pratica sistematica di transazione e di aggiustamento, un’inevitabile subalternità alla logica clientelare del governo di partito.

L’alleanza con le classi medie, inoltre, nell’immediato dopoguerra era cercata dal Pci soprattutto nel Mezzogiorno. Negli anni della solidarietà nazionale la politica delle “alleanze larghissime” è in pratica diretta più ad impedire che il regime esistente torni indietro, che non al suo superamento. Coerentemente con questa impostazione, il coinvolgimento delle classi medie nelle regioni meridionali si fonda, più che in passato, su un’analisi del loro potenziale reazionario e, in particolare, sulla connessione di interessi che in queste regioni si è andata consolidando tra strati parassitari, “gruppi più reazionari” e potere trasformistico democristiano, nei suoi diversi momenti di salienza dorotea, morotea e demitiana. Paradossalmente, lo “schieramento larghissimo” di cui parla il Pci negli anni di cui ci occupiamo è meno largo di quanto si presenti. La mancanza di un preciso confine verso l’alto, sostituito da una semplice scala di priorità nei rapporti con i diversi settori della imprenditoria (ad alta intensità di lavoro e di capitale), comporta necessariamente per un partito comunista una delimitazione simmetrica verso il basso, una delimitazione dei confini dell’area assunta politicamente come proletaria: non si possono aumentare allo stesso momento salari e profitti senza intaccare a fondo le rendite e i consumi improduttivi, senza, cioè, operare una drastica redistribuzione dei redditi [i].

La selettività del compromesso storico e insieme la ragione della sua coerenza, ove ci fossero state, sarebbero dovute sussistere non tanto al livello dei benefici delle riforme, del tutto improbabili, anzi, realisticamente impossibili, quanto sul piano dei costi, questi sì sicuri, e di chi avrebbe dovuto pagarli. Tali costi hanno pesato, innanzitutto, sulle classi lavoratrici marginali, occupate nelle imprese di dimensioni minori e nelle campagne, le une e le altre in condizioni di lavoro precarie; in secondo luogo, sulle classi medie del Sud. E non perché esistesse una volontà politica orientata in questo senso, ma perché quest’ultima era una conseguenza implicita del sistema di alleanze su cui il compromesso si reggeva [i].

La scelta consociativa del Pci, naturalmente, in quanto frutto di quella vocazione al potere partecipato e subalterno di cui ho parlato sopra, non può non proseguire anche dopo la fine della stagione vera e propria del compromesso storico. Del resto, le offerte e le donazioni della Dc continuano e si intensificano, senza arrestarsi neppure dopo la trasformazione del Pci in Pds. Esse riguardano l’attribuzione di ruoli di comando quasi sempre subordinati, di forme di cogestione, di “premi di consolazione” vari, tutti volti ad incentivare la partecipazione alle responsabilità. Alla presidenza della Camera dei deputati, inaugurata da Pietro Ingrao, un uomo della sinistra più intransigente del partito, e di numerose Commissioni parlamentari, attribuita già nel 1976, si aggiunge la gestione diretta o la cogestione di altri organi di controllo o di giurisdizione, come la Corte Costituzionale.

Ma soprattutto sempre più celere diviene lo spostamento dall’area collaborativa di governo a quella del sottogoverno. E così il Pci diviene presente nei consigli di amministrazione di enti pubblici, banche, finanziarie, società assicuratrici. Fatali sono il coinvolgimento nella logica spartitoria e la progressiva trasformazione di non poca parte di militanti ed iscritti o di semplici elettori in clientele di partito, sull’esempio della Dc dorotea, seguito con forti sottolineature di spregiudicato rampantismo dal Psi craxiano. Con la conseguente partecipazione di non pochi dirigenti nazionali, regionali e locali a gravi fatti di corruzione politica e amministrativa, alla condivisione di privilegi borghesi, spesso ingiustificati, e non solo sul piano morale; privilegi ottenuti e fruiti solo perché si è persone di potere.

È nelle regioni meridionali, in particolare, che la stagione del compromesso storico avvia una pratica consociativa crescente, approdata alla fine ad una degradazione della vita politica generale senza precedenti. Ed è qui che risulta con maggiore chiarezza come il consociativismo italiano non sia riconducibile al modello delle democrazie consociative, così come è stato concepito in dottrina, ma sia piuttosto da considerare come un sottoprodotto, un’uscita laterale, compensativa del fallimento dei tentativi di governare il Paese attraverso la formula delle grandi coalizioni [i].

La prima regione d’Italia, dopotutto, nella quale, nello spirito del compromesso storico, la Dc apre al Pci e questi alla Dc, al fine di dare uno sbocco nuovo all’ambizioso, fallito progetto dell’”unità autonomistica”, perseguito nella seconda metà degli anni Cinquanta dai governi Milazzo, è la Sicilia. Quivi l’ingresso del partito comunista nella maggioranza che sostiene il primo governo Mattarella non si limita a riconoscere come suoi interlocutori soltanto i fautori del rinnovamento, ma estende tale riconoscimento anche alle forze tutrici del vecchio ordine e colluse con la mafia, forze guidate da Lima ma formalmente tenaci sostenitrici della politica di solidarietà. Tutto così, per il tramite degli antichi scambi tra risorse pubbliche e consenso, viene a risolversi in un governo dell’economia che perpetua gli squilibri della società siciliana e ne accresce il degrado politico. Gli anni Ottanta, del resto, proseguono sostanzialmente in questa politica di alleanze, trasferendola dalla Regione alle giunte di programma di più di un terzo dei Comuni dell’isola. Così pure su un sentiero continuista procedono le scelte del Pds negli anni Novanta [i].

Palese è il rifiuto da parte di quest’ultimo dell’avvio di un’analisi delle trasformazioni economico-sociali avvenute in Sicilia, come in tutto il Mezzogiorno, e ancor di più di un’autocritica del proprio operato degli ultimi vent’anni. Un operato che, com’è stato ben detto, fa del Psi via via “un socio necessario, un commensale che non ci si può dimenticare di invitare”.

Si preferisce piuttosto costruire “macchine barocche”, spingendo sempre più la politica istituzionale delle Regioni e delle amministrazioni locali verso la disinvolta compromissione e l’irretimento nelle vischiose strategie trasformistiche. L’autonomia consente a Regioni ed enti locali governati dalla Dc di avviare rapporti, contatti, attività in comune, ora a livello di commissioni consultive, ora in ordine alla preparazione del programma. Il ceto politico postnotabiliare, che pure sembrava entrato in crisi, riprende fiato e si irrobustisce; i livelli di competenza decrescono vistosamente; l’inquinamento morale trova un’insperata copertura per diffondersi e rafforzarsi ancora. “L’arena degli attori politici, di quelli in particolare, che si muovono nella sfera del potere di governo, si mette in tensione, si disarticola, creando effetti, insieme, di maggiore concorrenza e di crescente omologazione” [25].

Emerge, specie in seno ai Comuni, una classe politica poco visibile e riconoscibile, cementata da una trasversalità volta a pratiche di corruttela, in particolare nel settore degli appalti, non di rado sorrette dalla contiguità o dalla partecipazione diretta della criminalità organizzata.

E se è vero che il Pds sostituisce la Dc nella guida di numerose amministrazioni comunali, a partire da quella napoletana, le difficoltà tuttavia provenienti dalla gravità oggettiva dei problemi, la scarsa dotazione culturale e morale del personale politico di cui si è testè detto e la sua innata inclinazione verso gli accomodamenti e gli aggiustamenti trasformistici, ridimensionano non poco il significato di tali conquiste [i].

 

12. Il doroteismo subliminale

Se queste tappe del divenire trasformistico - clientelare del governo di partito rappresentano la sommaria rievocazione delle lunghe, quasi strutturali anomalie della politica italiana, occorre osservare che, pur dopo il crollo, in termini partitici, della classe politica presa in esame, talune di queste anomalie permangono, e ne nascono altre del tutto nuove.

Ma, preliminarmente, è importante precisare come la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, avvenuta agli inizi degli anni Novanta, rappresenti solo la causa prossima del crollo di cui si parla. Altre, in realtà, stanno a monte di essa e ne costituiscono le premesse. Esse si riassumono nel progressivo inclinare del governo di partito verso la prevaricazione del suo potere di nomina sul potere di indirizzo. Tale prevaricazione conduce infatti alla colonizzazione partitica dell’amministrazione e dell’economia pubblica già avanti richiamata ed ai conseguenti fenomeni della sottovalutazione dei compiti di direzione politica della società, del blocco di ogni meccanismo di ricambio del ceto politico, della scomposizione organizzativa della rappresentanza, dell’apertura di ampi vachi all’azione delle lobby.

Emergono in ogni caso due raggruppamenti, l’uno di centro-destra, l’altro di centro-sinistra, costruiti come cartelli elettorali di forze politiche eterogenee e giustapposte e dunque prive dei requisiti di base necessari per dar vita a vere coalizioni di governo. Tali forze tendono a perpetuarsi trasformisticamente per annessioni e cooptazioni. Senza dire che talune - segnatamente fra quelle inserite nel polo di centro-destra - stanno a testimoniare nient’altro che il diretto rapporto fra i mali antichi dell’Italia e il sistema cui intendono tornare.

Fra queste rilievo del tutto particolare assume quel movimento povero di personale politico, di cultura di governo, di idee, che è Fi. Di nuove idee politiche infatti ce n’è poche o nessuna nel manifesto redatto dal politologo liberale Giuliano Urbani, fondatore dell’Associazione “Alla ricerca del buon governo”. Vi si scorge piuttosto una gelatinosa raccolta di ovvietà, trasformisticamente presentate come proposte nuove. A conferma dell’arretratezza culturale italiana nell’elaborazione e nell’uso di nuovi strumenti di analisi della realtà politica.

È necessario perciò interrogarsi sulle cause dei successi elettorali di FI del 1994 [26] e del 2001 [27]. Cause che possono raccogliersi nelle tre seguenti. Prima: l’appoggio del vecchio blocco storico delle forze produttive, sociali e culturali dorotee, craxiane e consociativiste, sempre paurose del nuovo. Piccole e medie imprese, professioni, scuola, lavoro autonomo, lavoro dipendente legato a piccole e medie unità produttive, forze intellettuali della comunicazione di massa estranee al monopolio statale si schierano a suo favore. Seconda: una possente organizzazione messa in atto, attraverso l’insediamento sul territorio di una fitta rete di club Forza Italia! e la creazione della Diakron, un istituto di monitoraggio dell’opinione pubblica e di analisi degli orientamenti di voto. Entrambi finanziati e gestiti dalla Fininvest, un gruppo imprenditoriale di proprietà del leader della nuova formazione politica, Silvio Berlusconi, comprendente circa trecento aziende. Terza - e qui s’innesta un’anomalia che nella storia del sistema politico italiano risulta inedita: la manipolazione massmediologica realizzata mediante il ricorso all’uso di tecniche subliminali. Il leader del cartello elettorale di centro-destra, che contende il governo del Paese al cartello di centro-sinistra, è proprietario di tre network, che, per di più, detengono il quasi monopolio del settore privato della comunicazione televisiva. L’informazione non è uno strumento di persuasione fra gli altri strumenti; è una risorsa strategica dalla quale il consenso delle masse risulta fortemente influenzato [28].

Se poi tutto questo viene raccordato coi fenomeni del leaderismo, della personalizzazione della politica e della spettacolarizzazione della stessa [/i], ci si rende conto di come lo status proprietario del quale parliamo ingigantisca la situazione di conflitto di interessi nella quale Silvio Berlusconi versa, rendendola, sotto i profili democratici di base, addirittura mostruosa [i].

Egli, poi, affronta la campagna elettorale come una vicenda di avventurosa pirateria, giocata fuori dalle regole consacrate. Si offre al pubblico come un leggendario interprete dello spirito di intraprendenza e dinamismo, capace come nessun altro di gestire i destini dell’”azienda Italia”, come egli la chiama. “Sinceramente, dichiara al riguardo, sono l’unico in grado di cambiare le cose, perché gli altri non hanno la mia esperienza in campo imprenditoriale”. E ancora: “Io sono più bravo del presidente della Microsoft perché il mio gruppo è proprio tutto mio”. Offre, insomma, al blocco sociale post-doroteo e post-craxiano le seduzioni di una cultura politica, che è nient’altro che la cultura aziendale, molto forte ed omogenea, che tiene unite le varie imprese del suo gruppo. Una cultura «centrata sul mito del leader - fondatore Berlusconi, su un forte senso della “missione” aziendale e su una serie di valori condivisi - tra i quali l’importanza dell’iniziativa individuale (la cosiddetta “imprenditorialità diffusa”), la professionalità, la centralità dei rapporti umani sia all’interno dell’azienda che con i clienti, la rapidità decisionale, la flessibilità, l’aggressività nei confronti del mercato, la capacità di innovare» [i].

Berlusconi si presenta, infine, in televisione nei panni dello sfrenato affabulatore, puntando a convogliare su di sè i sogni e le speranze della gente, della quale ama sottolineare “il trasporto per me”, com’egli lo definisce, riferendosi in particolare ai ceti giovanili. “Io sono ormai, dice in proposito, un modello per tanti giovani che mi scrivono perché vogliono conoscermi”. Talchè Bobbio ha potuto a ragione scorgervi un fenomeno inedito nello scenario politico italiano del secondo dopoguerra: quello del padre di un “partito personale di massa” [i].

Ma v’è di più. Dopo aver definito la politica della Prima Repubblica “un teatrino”, ed aver introdotto nel suo lessico dispregiativo termini come copione, varietà, farsa, commedia, comica, balletto, battutista, attore, capocomico, regista, egli si rivela il “vero Fregoli della scena politica, l’autore capace di scrivere, il regista capace di mettere in scena, l’attore capace di interpretare tutti i personaggi che compaiono nel teatrino. L’ordine con cui questi personaggi si presentano alla ribalta cambia a seconda di quelle che il capocomico (...) ritiene siano le esigenze del pubblico in quel momento, se cioè, vada spaventato, commosso, rassicurato, divertito, esortato, lusingato, distratto, illuso...” [i].-----

In ogni caso, dalle vittorie elettorali del 1994 e del 2001 scaturisce per il polo di centro-destra la tentazione di utilizzare le rendite politiche relative. Cedendo ad ambizioni smodate, non di rado assolutamente sconcertanti. Sotto questo profilo possono distinguersi tre momenti. Il primo si identifica con un governo venuto fuori dalla vittoria del 1994, che è tutto un inconsulto, velleitario succedersi di attacchi alle istituzioni, al fine di appropriarsene, secondo un modello di governo di partito cinicamente interpretato e grossolanamente gestito. I leader del governo di centro-destra, dimenticando la pazienza e le astuzie sottili del doroteismo, cui pur si ispirano, sposano piuttosto il metodo dell’arroganza e della mano pesante del craxismo e tentano con ogni sforzo di collocare i loro uomini nelle sedi decisionali e gestionali, senza preoccuparsi mai di dissimulare la volontà di sfruttarne le possibilità predatorie, come avrebbe detto Weber. Oltretutto, estremamente significativa appare la paradossale offerta del ministero degli Interni, avanzata in sede di formazione del governo, ad Antonio Di Pietro, il magistrato più impegnato nelle indagini che coinvolgevano la Fininvest e la Edilnord, società controllata da suo fratello; offerta configurante, tra l’altro una tentata “violazione dell’indipendenza della magistratura non con minacce, ma con lusinghe”.

La vittoria del 1994, è resa possibile da un cartello a geografia variabile che vede FI al Nord alleata con la lega (Polo delle libertà), e al Sud con il Msi - An (Polo del buongoverno).

Nelle regioni meridionali, infatti, lo schieramento di centro-destra, pur registrando una notevole presenza di FI ed un’azione penetrativa delle due piccole formazioni di ispirazione clerico-moderata, il Ccd e il Cdu, trova il suo architrave in An, partito di antico insediamento territoriale. Fa eccezione la Sicilia, dove il grosso delle forze dorotee e craxiane, tradizionalmente sorrette dalla criminalità organizzata, si schiera per FI, la quale può raccogliere perciò i consensi di una folla sterminata di fuoriusciti, di ex, di post, di traghettati e riciclati di ogni tipo, indirizzati da una vecchia classe politica di cui una delle più significative espressioni è rappresentata dai parlamentari regionali, in gran parte inquisiti, e taluni perfino arrestati.

Mentre al Nord, insomma, il centro-destra, per via della preponderante affermazione di FI, appare l’espressione della media e piccola borghesia degli affari e delle professioni, ancorata ai miti della competizione liberale e del successo sfrenato, alimentati da una sempre più pervasiva simbologia massmediale, al Sud, in conseguenza della prevalente rappresentanza realizzata da An, tende a cavalcare lo statalismo in soccorso dei ceti medi, nonché l’unità nazionale in chiave organicista.

I ceti medi meridionali, del resto, nei decenni di assistenzialismo doroteo, crescono come ceti protetti. Mentre nella seconda metà degli anni Ottanta, l’unificazione dei mercati spinge le classi dirigenti del Centro-Nord a far avvertire l’esigenza di una competizione con l’estero non solo agli imprenditori ma anche ai lavoratori autonomi, nel Sud si ha una specie di effetto serra, legato alla spesa pubblica, al controllo del territorio da parte dei partiti (di governo e di opposizione) e della criminalità organizzata, al regime clientelare delle licenze e delle concessioni, specie nei settori delle opere pubbliche e delle attività di servizio.

Il secondo momento è segnato dall’espulsione dal governo e palesa l’incapacità delle forze politiche in questionedi stare all’opposizione, assumendone il relativo ruolo. Per questa incapacità, non esitano a scegliere la strada dell’adescamento e degli accordi di potere con gli avversari, in primo luogo, con il Pds. Il tutto secondo il classico modulo doroteo-consociativista del doppio binario: della lusinga e della minaccia, della carezza e della pugnalata. E, così, mentre cercano accordi, preparano un’impressionante campagna investigativa sulla vita privata dei leader del centro-sinistra a partire da quelli piedissini, al fine di dimostrare la loro non “diversità” dai personaggi del centro-destra e la loro non estraneità ai privilegi del potere. Oppure, mentre in seno alla Commissione Napolitano discutono sul nuovo assetto da dare alle televisioni, si impegnano nella campagna referendaria a difesa dei network privati, per poi battersi a favore del passaggio di intere équipe dalla televisione di Stato a quella privata, sì da far parlare con indovinato sarcasmo di tentativi di “lottizzazione armoniosa”.

Nei sei anni in cui rimane all’opposizione, FI, smentendo tutte le previsioni di una sua rapida dissoluzione, rafforza e stabilizza un consenso che nel 1999 la porta ad essere il primo partito italiano e nel 2001 a riprendere la guida del Paese. Tanto è dovuto a un lavoro organizzativo di forte impegno e alla capacità di Berlusconi di ricostruire su una base più compatta la coalizione di centro-destra, ora denominata Casa delle libertà. Ma è anche da ascrivere ai gravi errori compiuti dalle forze politiche di centro-sinistra. A cominciare dagli equivoci alimentati da D’Alema in seno alla Commissione Bicamerale per le riforme e dalla sua assunzione della premiership dopo l’assurda caduta del governo Prodi [29], passando per le carenze comunicative con l’elettorato, per quanto concerne i risultati raggiunti dai governi dell’Ulivo presieduti da Prodi, D’Alema e Amato [i], e giungendo alla mancata ripetizione dell’accordo di desistenza con Rifondazione Comunista (che era stato determinante per la vittoria nel 1996), nonché alla perdita di una componente di peso, come l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro [i]. Come che sia dal ritorno al governo nel 2001 prende avvio il terzo dei momenti dei quali stiamo parlando.

13. Il berlusconismo

Ma per cogliere in pienezza lo stato di devastazione nel quale versa la cultura politica meridionale è necessario da ultimo soffermare l’attenzione su quella “dottrina” che sembra averla egemonizzata per intero, vale a dire sul berlusconismo.

La solida maggioranza conquistata in entrambi le Camere nelle elezioni del 2001 consente peraltro a quest’ultimo di definirsi ed esprimersi in tutte le sue componenti e di cominciare subito a dispiegare la sua azione eversiva nei confronti del sistema politico.

Intendo qui per berlusconismo una visione politica identificata dai seguenti cinque tratti: 1) l’individualismo sfrenato, 2) l’aziendalismo di stampo padronale, 3) il lobbismo, 4) l’autoritarismo, 5) il populismo.

L’individualismo berlusconiano non ha alcun legame con quello d’origine liberale storicamente saldato all’affermazione delle libertà fondamentali dell’uomo moderno. Esso non è altro che un mero egoismo possessivo, i cui simboli sono gli innumerevoli oggetti di lusso personali, usati con una pacchianeria insuscettibile, nonostante tutti gli sforzi, d’essere esibita come stile [i].

L’aziendalismo introiettato dalla Fininvest e da questo trasferito nell’intera vita politica, è una sottocultura creata per esaltare il fondatore dell’impresa come padrone - eroe e rafforzare i valori che uniscono gli operatori a tutti i livelli alla sua persona. Sicchè, come nel mercato economico gli altri imprenditori sono portatori di contro-valori aziendali e dunque sono nemici da eliminare, così nel mercato politico le forze avversarie, in quanto contestano i valori dominanti della squadra vincente, sono da annientare. Le parole d’ordine delle aziende Fininvest sono: “possedere una mentalità vincente”, “essere aggressivo” [i].

Il lobbismo appare un’ovvia conseguenza. Il potere berlusconiano, configuratosi come una lobby estremamente potente fin dall’inizio, col governo del 2001 manifesta senza più remora alcuna come il modo di essere e di agire lobbistico sia ad esso intrinseco. Di fatto, la forza pressoria berlusconiana, in seno alla benestante società italiana, si pone nel punto d’intersezione tra gli onesti mortificati e i corrotti sfuggiti o comunque sopravvissuti al bisturi dei magistrati di Mani Pulite. E agli uni e agli altri addita libere praterie sulle quali galoppare al seguito dei cavalieri che aprono il corteo e indicano la direzione di marcia. Al contempo consiglia il silenzio sul conflitto d’interessi, che riguarda non solo il monopolio delle reti televisive, private e pubbliche, ma anche i campi delicatissimi della giustizia ordinaria e amministrativa, gli ambiti decisionali delle Authorities, le materie del fisco e della legislazione sanitaria [i].

Una gestione siffatta del potere postula naturalmente una visione decisionista, anzi, autoritaria dello Stato e dei suoi organi. Visione di cui elementi costitutivi essenziali sono l’inclinazione verso il comando unico, l’idiosincrasia verso le regole e le istituzioni plurali, la preferenza verso un esecutivo forte ed un parlamento come mera camera di registrazione delle sue decisioni, l’intolleranza verso gli avversari politici e chiunque, in generale, si oppone o soltanto la pensa diversamente.

Per questo tutte le volte in cui Berlusconi o i suoi uomini parlano di riforme istituzionali, ricorre in essi l’auspicio di una maggiore concentrazione di potere nelle mani del capo del governo, sotto la specie del premierato rafforzato o del presidenzialismo o semipresidenzialismo [30].

La guerra dichiarata alla magistratura, poi, ritenuta politicizzata e alleata con la sinistra per il semplice fatto di processare per gravi reati comuni il presidente del consiglio e altre persone a lui legate da rapporti ieri di affari, oggi di potere, dà l’ultimo sigillo al fascismo strisciante nel quale, in definitiva è già sfociato il berlusconismo. Il tentativo di subalternizzare all’esecutivo il pubblico ministero, di fare della Corte di Cassazione una corporazione privilegiata, scissa dal resto del corpo giudiziario e alleata del governo, le leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie internazionali, sul legittimo sospetto, oltre a mostrare la precisa finalità di influire sui processi in corso che interessano il capo del governo e altri leader del suo partito, confermano, almeno crediamo, questa nostra interpretazione [31].

L’autoritarismo berlusconiano, d’altro canto, non può che essere di natura populistica. Non soltanto per la sua ostentazione compiaciuta, senza un minimo di pudore per la propria inadeguatezza, e per il soddisfatto disprezzo nei confronti di ogni pensiero o posizione complessa. Ma anche e soprattutto per il suo bisogno di parlare al “popolo” direttamente e di assumere l’impegno a soddisfarne le sue aspettative, a prescindere dalle elite parlamentari e da ogni altra istanza mediatrice. D’altronde, «l’uso stesso del termine implica che il popolo è costituito da numerose persone e dalla maggioranza delle persone. E ciò ha risvolti concreti: “esse” sono numerose e questo conferisce maggiore legittimità a chi parla a loro nome, procurandogli un potenziale elettorato che, se schierato interamente a suo favore, può debellare qualsiasi forza gli si contrapponga» [i]. Nelle visioni populiste berlusconiane, inoltre, il “suo” popolo è rappresentato come una unità monolitica, priva di divisioni o conflitti, anzi solidale, come un’entità completamente formata e dotata della piena coscienza di sé. Una coscienza che la porta a consegnarsi totalmente nelle mani di un leader carismatico, ritenuto capace di assumere l’interezza dei suoi destini.

Niente di più appropriato per un campione ghignante della spregiudicatezza politica, qual’è appunto Berlusconi. Dopo aver praticato le modalità comunicazional-mediatiche più efficaci per vendersi al meglio, questi avvia rapporti dialogici diretti con gli strati popolari, utilizzando capacità istrioniche senza precedenti. A ragione, quando, anche nei riguardi dei suoi colleghi stranieri, la megalomania lo ha portato a pronunciare frasi quali “ai vertici internazionali sono il più preparato di tutti”, “molti leader politici stranieri mi sono ostili perché invidiosi del mio successo nella vita”, taluno ha invitato a fare ricorso alle categorie della naïveté o della psicopatologia politica [32].

Rimane tuttavia il fatto che il suo cinguettante rivolgersi alle masse secondo siffatti moduli è riuscito sul piano nazionale, da una parte, a demonizzare i suoi avversari, dall’altra, a dare una qualche identità ad un elettorato assai eterogeneo, che, altrimenti, sarebbe rimasto una massa amorfa e a presentarne una versione idealizzata, come si trattasse del suo “popolo eletto”.

Nel Mezzogiorno, in particolare, qualificandosi ulteriormente come “un’implacabile pedagogia della volgarità”, affidata ad imbonitori ed arringatori da fiere strapaesane, ha avviato un processo corruttivo del costume sì diffuso ed un’azione erosiva della cultura politica sì pesante, da rendere in futuro estremamente ardua un’azione di ricostruzione etico-politica generale.

I meccanismi che creano e sorreggono la fedeltà dell’elettorato meridionale ai partiti del centro-destra ed in particolare a FI, negli otto anni di opposizione si irrobustiscono. Si rafforzano, infatti, i rapporti tra nuovi patroni e vecchi clienti. Sia perché l’azione meridionalistica del centro-sinistra negli ultimi dieci anni perde ogni giorno più incisività e significato. Sia perché gli elettori con livelli di scolarità più bassa, dovunque più vicini a FI, nel Sud predominano. I metodi clientelari e le suggestioni populistiche, in pratica, conquistano non solo la medio-piccola borghesia urbana e la classe media impiegatizia, ma anche taluni strati collocati ai livelli più bassi della piramide sociale. Si pensi semplicemente alle casalinghe [i].

L’“amorale civica” [33], che nel Sud ha radici antiche, riceve dalla vittoria di cui parliamo stimoli e incitamenti verso il rafforzamento di quel mixage di individualismo, particolarismo, familismo, clientelismo, trasformismo, che costituisce l’essenza della politica meridionale. Per cui credo non sia paradossale affermare che la concezione “proprietaria” dello Stato, tipicamente berlusconiana, secondo la quale lo Stato non è nient’altro che uno strumento della politica, non trovi difficoltà a sposarsi con la visione dello Stato nemico, propria della mafia [/i].

Accettando tuttavia come consequenziali due annotazioni. Prima. Sta qui la chiave di lettura di un’operazione non riuscita neppure alla Dc, la conquista, cioè, da parte della Casa delle libertà, ed in primo luogo, di FI, di tutti i seggi (non pochi significativamente coperti da avvocati e magistrati) siciliani. Seconda. Da qui bisogna partire altresì per cogliere le ragioni per le quali i conti tra le due soggettività politiche - FI e mafia - rimangono aperti, come aperti rimasero per decenni i conti tra la mafia e la Dc di Andreotti. Il noto proclama letto dal carcere da Leoluca Bagarella é rivolto alle “varie forze politiche”, che, com’egli denuncia, hanno “strumentalizzato (...) ed usato come merce di scambio” i boss detenuti. I retroscena, peraltro, possono rinvenirsi nelle motivazioni, depositate il 23.6.2001, della sentenza con cui la Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta condanna trentasette persone per la strage di Capaci. Esse, infatti, dedicano un capitolo a “I contatti tra Salvatore Riina e gli Onorevoli Dell’Utri e Berlusconi”, nel quale, dopo aver provato l’esistenza di un “rapporto fruttuoso quanto meno sotto il profilo economico”, si afferma: “(nel 1992) il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell’economia”. Cioè a “indurre alla trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato”. Ancora più in là, nell’analisi, si spinge il gip di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, quando, il 3 maggio 2002 archivia le posizioni di Dell’Utri e Berlusconi fino a quel momento indagati per concorso nelle stragi siciliane. Il giudice Tona, dopo aver esaminato per un anno le carte dell’inchiesta, rileva: “Gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato l’esistenza di varie possibilità di contatto tra gli uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori”.

Ma non solo in Sicilia vi sono magistrati convinti che Cosa Nostra guardi principalmente a Forza Italia per tentare di risolvere i suoi guai. Il 14 novembre 1998 anche il gip di Firenze Giuseppe Soresina giunge a queste conclusioni, quando archivia le indagini a carico di Berlusconi e Dell’Utri sulle bombe di mafia dell’estate 1993. Il giudice nel suo decreto parla di “obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione:art.41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”. E ricorda che, pur non essendo state reperite prove sufficienti per ordinare un processo, dagli atti emerge come Berlusconi e Dell’Utri abbiano “intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista” [/i].

L’amministrazione della vittoria, in conclusione, attraverso il collaudato metodo feudale dei benefici e dei territori assegnati ad una vasta clientela di vassalli e valvassori, avvia un processo di volgarizzazione della cultura politica meridionale, facendo leva sui mai tramontati potentati dorotei. Quest’ultimi, convertitisi miserevolmente al berlusconismo, immettono oltretutto nei suoi ranghi uomini, che, nella vecchia Democrazia Cristiana, avrebbero occupato a stento le seconde e le terze file. Mediocri impresari di una spregiudicatezza politica, che, inconsapevole della povertà ideale e dello squallore morale che la sorreggono, ha la pretesa di trasformarsi in egemonia; e che, nel frattempo, induce a piazzarsi a capotavola con arroganza, imponendo il proprio stile ruspante e i propri valori “da apparato digerente”.


[1] Punto di riferimento obbligatorio al riguardo rimane L. Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Marsilio, 2ª ed., Venezia, 1990, in particolare le pp. 183-220.

[2] Cfr. L. Ferrari Bravo-A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, Feltrinelli, 3ª ed., Milano, 1975.

[3] Per gli aspetti economici v. M. D’Antonio, Il Mezzogiorno degli anni ’80: dallo sviluppo imitativo allo sviluppo autocentrato, Angeli, Milano, 1985. Per i profili socio-politici, cfr., invece C. Trigilia, Le condizioni “non economiche” dello sviluppo: problemi di ricerca nel Mezzogiorno d’oggi, “Meridiana”, 1988, n. 2. Nel merito, non vedo cosa dica di nuovo G. Viesti, Abolire il Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari, 2003. Il saggio vorrebbe essere alternativo alla letteratura meridionalistica, anche la più recente, ma, alla fine si esaurisce dietro una elencazione di dati, rilievi, e soprattutto, suggerimenti ed auspici, negli ultimi quindici anni formulati già - con non poca sistematicità ed efficacia - da vari economisti e politologi. Ribadire cose del tipo “È del tutto illusorio pensare di far crescere davvero il Sud, e di conseguenza l’intero paese, con qualche politica speciale per il Mezzogiorno”, (p. XVI) allo stato delle cose, non può non risultare retorico.

[4] Per cultura politica s’intende qui un assieme di idee, valori, norme, modelli di comportamento sottostanti ad una collettività organizzata ed operanti come fonti ispiratrici della sua condotta. Tra la ricca letteratura segnalo: G. Almond-S. Verba, The civic culture. Political attitudes and democracy in five nations, Princeton University Press, Princeton, 1963; G. Calvi-M. Cecchi, I valori dei parlamentari e degli elettori: una prima comparazione, “Rivista Italiana di Scienza Politica”, 1983,n. 2; C. Trigilia, Le subculture politiche territoriali, Quaderni della Fondazione Feltrinelli, n. 16, Milano, 1981. M. Caciagli, Quante Italie? Persistenza e trasformazione delle culture politiche subnazionali, “Polis”, 1988, n. 3; A. Dal Lago, Il ruolo dei valori nella teoria sociale e politica, in “L’analisi della politica. Tradizioni di ricerca, modelli, teorie”. Il Mulino, Bologna, 1989; S. Fedel, Cultura e simboli politici, Ibidem.

[5] Cfr. B. S. Phillips, Metodologia della ricerca sociale, Il Mulino, Bologna, 1972. pp. 362-479.

[6] Per una concettualizzazione di base sull’argomento, può vedersi M. Fotia, Clientela, “Nuovo Dizionario di Sociologia“, Ediz. Paoline, Milano-Torino, 1987. Sviluppi e approfondimenti politologici possono trovarsi poi in S. N. Eisenstadt-R. Lemarchand (a cura di), Political Clientelism, patronage and development, London, 1991.

[i] L. Pinna, La famiglia esclusiva. Parentela e clientelismo, Laterza, Bari, 1971, p. 166. Ma v. anche P. Macry, Ottocento. Famiglie, èlites e patrimoni a Napoli, Il Mulino, Bologna, 2002.

[i] L. Pinna, cit., p. 105.

[7] Cfr. L. Graziano, Clientelismo e sviluppo politico. Il caso del Mezzogiorno, in Idem (a cura di), Clientelismo e mutamento politico, Angeli, Milano, 1974; J. Chubb, Patronage, power and poverty in Southern Italy. A tale of two cities, Cambridge University Press, Cambridge, 1982; L. Musella, Clientelismo e relazioni politiche nel Mezzogiorno fra Otto e Novecento, “Meridiana“, 1988, n. 2; Idem, Individui, amici, clienti. Relazioni personali e circuiti politici in Italia meridionale tra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna, 1994.

[i] B. Catanzaro, Struttura sociale, sistema politico e azione collettiva nel Mezzogiorno, “Stato e Mercato”, 1983, n. 8, pp. 274-275.

[i] L. Pinna, cit., p. 107.

[i] S. N. Eisenstadt-R.Lemarchand, (a cura di), cit., pp. 271-295.

[i] P. Pombeni, Introduzione alla storia dei partiti politici, Il Mulino, 2ª ed., Bologna, 1990, p. 172.

[8] Per la teoria del party government ricordo: A. Ranney, The doctrine of responsible party government, The University of Urbana Press, Urbana, 1962; G. Di Palma, Governo di partito e riproducibilità democratica: il dilemma delle nuove democrazie, “Rivista Italiana di Scienza Politica“, 1983, n. 1; F. I. Castles-R. Wildenmann (a cura di), Visions and realities of party government, Walter de Gruyter, Berlin-New York, 1986. Sull’utilizzazione del modello relativo nell’analisi del sistema politico italiano, v. G. Pasquino, Party government in Italy: Achievements and Prospects, in R. S. Katz (a cura di), Party governments: European and American Experiences, Walter de Gruyter, Berlin-New York, 1987; S. Vassallo, Il governo di partito in Italia (1943-1993), Il Mulino, Bologna, 1994.

[9] S. Vassallo, cit., pp. 177-270.

[10] L. Musella, Clientelismo e relazioni politiche ecc., cit., p.80.

[/i] Cfr. P. L. Ballini, Le elezioni nella storia d’Italia dall’Unità al fascismo. Profilo storico statistico, Il Mulino, Bologna, 1988; M. S. Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1948 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1995; N. Antonetti, Paradigmi politici e riforme elettorali: dal sistema maggioritario uninominale al sistema proporzionale, in P. L. Ballini (a cura di), Idee di rappresentanza e sistemi elettorali in Italia tra Otto e Novecento, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Venezia, 1997. Sulle riforme elettorali più recenti v. S. Bartolini - R. D’Alimonte (a cura di), Maggioritario ma non troppo, Il Mulino, Bologna, 1995; C. Fusaro, Le regole della transizione. La nuova legislazione elettorale italiana, Il Mulino, Bologna, 1995; Idem (a cura di), Maggioritario finalmente? La transizione elettorale 1994-2001, Il Mulino, Bologna, 2002

[11] G. Perticone, Parlamentarismo e antiparlamentarismo nell’esperienza costituzionale italiana (1961), ora in Idem, Scritti di storia e politica del post-Risorgimento, Giuffrè, Milano, 1969.

[12] R. De Mattei, Dal “trasformismo“ al socialismo, Sansoni, Firenze, 1940, pp. 12-13, ora in Idem, Aspetti di storia del pensiero politico, Giuffrè, Milano, 1982, vol. II. Dal secolo XVI al secolo XX.

[13] C. Ghisalberti, Storia costituzionale d’Italia, Laterza, Roma-Bari, 1983, pp. 189-190. Cfr. anche E. Gentile, Le Origini dell’Italia Contemporanea. L’età giolittiana, Laterza, Roma-Bari, 2003.

[14] E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in AA.VV., Storia d’Italia, vol. 4. Dall’Unità a oggi, t.3, Einaudi, Torino, 1976, pp. 1878-1879.

[15] Ibidem, pp. 1875-1876. Sul complesso delle rotture istituzionali operate da Giolitti cfr. G. Melis, Istituzioni liberali e sistema giolittiano, “Studi Storici”, 1978, n. 1.

[16] Cfr. M. Fotia, Il liberalismo incompiuto. Mosca Orlando Romano tra pensiero europeo e cultura meridionale, Guerini e Associati, Milano, 2001, pp. 77-120; 179-245.

[i] S. Lupo, Tra centro e periferia. Sui nodi dell’aggregazione politica nel Mezzogiorno contemporaneo, “Meridiana”, 1988, n. 2, pp. 39-40.

[i] Ibidem, p. 47.

[i] C. Ghisalberti, Storia costituzionale d’Italia, cit., pp. 189-190.

[17] M. Rossi, Un partito di anime morte. Il tesseramento democristiano tra mito e realtà in A. Parisi (a cura di). I democristiani, Il Mulino, Bologna, 1979, pp. 26-27.

[/i] Cfr. M. Fotia, le lobby in Italia. Gruppi di pressione e potere, Dedalo, ristampa, Bari, 2002, pp. 81-121. Per il passaggio dai notabili ai political brocker v. G. Gribaudi, Mediatori. Antropologia del potere democristiano nel Mezzogiorno, Rosenberg e Sellier, Torino, 1980, pp. 69-80.

[i] G. Galli, Il prezzo della democrazia. La carriera politica di Giulio Andreotii, Kaos, Milano, 2003, pp. 73-93.

[18] A. Moro, Lo Stato 1946-47, Bari, 1978, p. 151.

[19] Idem, Discorso conclusivo al convegno DC sul Mezzogiorno, in G. Di Capua-D. Poli, Il meridionalismo di A. Moro, Roma, 1978.

[i] L. Musella, La difficile costruzione di una identità (1880-1980), in L. Musella - B. Salvemini, (a cura di), La Puglia, Einaudi, Torino, 1998, pp. 239-264.

[/i] Sul punto v. M. Fotia, Il territorio politico, Spazio, Società, Stato nel Mezzogiorno d’Italia, 3ª ed., Esi, Napoli, 1994, pp. 201-223.

[i] G. Galli, I partiti politici italiani 1943-1991. Dalla Resistenza all’Europa integrata, Rizzoli, Milano, 1991, p. 215. Ma si veda ancora S. Vassallo, Il governo di partito in Italia (1943-1993), cit., pp. 240-255.

[/i] “l’Unità”, 5/8/1987.

[20] Cfr. G. Galli, op. cit., p. 224. Ma v. anche J. Chubb, La Democrazia Cristiana: rinascita e sopravvivenza, in P. Corbetta- R Leonardi (a cura di), Politica in Italia. I fatti del giorno e le interpretazioni, edizione 1986, Il Mulino, Bologna, 1986 e A. Giovagnoli, Il Partito italiano. La Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994, Laterza, Bari-Roma, 1996.

[21] P. Scoppola, La repubblica del partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), Il Mulino, Bologna, 1991, p. 366.

[22] G. Galli, op. cit., p. 188.

[23] G. Galli, Dal bipartitismo imperfetto alla possibile alternativa, Il Mulino, Bologna 1975, pp. 161-162.

[24] Cfr. G. Pasquino, Introduzione a G. Pasquino - A. Martinelli (a cura di), La politica nell’Italia che cambia, Feltrinelli, Milano, 1978; L. Graziano, Compromesso storico e democrazia consociativa verso una nuova democrazia, in L. Graziano - S. Tarow (a cura di), La crisi italiana, Einaudi, Torino, 1979, vol. II; A. Pizzorno, Dopo il consociativismo, “Micromega”, 1995 (secondo Pizzorno DC e Pci si accordarono segretamente per contenere il conflitto e far funzionare il sistema). Singolare sul tema appare la posizione di A. Mastropaolo, La repubblica dei destini incrociati. Saggio su cinquan’anni di democrazia in Italia, La Nuova Italia, Firenze, 1996: dopo aver sostenuto che ciascuno dei due partiti si preoccupò di sopravvivere per proprio conto, consentendo inconsapevolmente al sistema di funzionare, e che la loro contrapposizione diede vita ad “una vera e propria divisione del lavoro” (p. 15), rivelatasi decisiva perché i benefici dello sviluppo fossero ridistribuiti ed estesi, l’a. conclude affermando: “Il consociativismo è stato (...) più mistificazione che pratica” (p. 23).

[i] A. Lijphart, Le democrazie contemporanee, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 7.

[i] D. Gambetta-L. Ricolfi, Il compromesso difficile. Forme di rappresentanza e rapporti di classe dal centro-sinistra al compromesso storico, Rosenberg e Sellier, Torino, 1978, pp. 89-94.

[i] Ibidem, p. 94.

[i] C. Riolo, Istituzioni e politica: Il consociativismo siciliano nella vicenda del Pci e del Pds, in M. Morisi (a cura di), Far politica in Sicilia. Deferenza, consenso e protesta,Feltrinelli, Milano, 1993, p. 181. Dell’autore v. pure: L’identità debole. Il Pci in Sicilia tra gli anni ’70 e ’80, Monreale 1989. Cfr., infine, M. Pumilia, La Sicilia al tempo della Democrazia Cristiana, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1998.

[i] Idem, Istituzioni e politica ecc., op. cit., pp. 187-200.

[25] L’annotazione citata si riferisce alla Campania, ma ritengo possa, senza forzature, essere estesa alle altre regioni meridionali. Cfr. I. D’Agostino, Per una storia politica ed elettorale della Campania nel quarantennio repubblicano. Momenti e problemi, in P. Macry-P. Villani (a cura di), La Campania, Einaudi, Torino, 1990, p. 1007.

[i] Ibidem, pp.1056-1057. V. ancora S. Minolfi, Ceto politico e Mezzogiorno, “La città nuova”, 1988, n. 5; F. Barbagallo, Napoli fine Novecento. Politici camorristi imprenditori, Einaudi, Torino, 1997.

[26] Per la vittoria del 1994 v. G. Galli, Diario politico 1994. L’imbroglio del 28 marzo e il governo B, Kaos, Milano, 1995, G. Pasquino (a cura di), L’alternanza in attesa. Le elezioni del 27 marzo 1994 e le loro conseguenze, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1995. Eccellenti ricerche comparative fra le elezioni del 1994 e quelle del 1996 (nelle quali ultime vince la coalizione di centro-sinistra giudata da Romano Prodi) sono quelle curate da P. Corbetta - A. M. L. Parisi, Cavalieri e fanti. Proposte e proponenti nelle elezioni del 1994 e del 1996, ed a domanda risponde. Il cambiamento del voto degli italiani nelle elezioni del 1994 e del 1996, entrambi edite da il Mulino, Bologna, 1997.

[27] Per il successo del 2001 cfr. P. Bellocci - M. Bull, Introduzione. Il ritorno di Berlusconi, in Ibidem (a cura di) Politica in Italia. I fatti dell’anno e le interpretazioni, edizione 2002, Il Mulino, Bologna, 2002; G. Sani - P. Segatti, Fratture sociali, orientamenti politici e voti: ieri e oggi, in R. D’Alimonte - S. Bartolini (a cura di). Maggioritario finalmente? La transizione elettorale 1994-2001, Il Mulino, Bologna, 2002.

[28] Cfr. M. Livolsi - U. Volli (a cura di), La comunicazione politica tra prima e seconda repubblica, Angeli, Milano, 1995, capp. 3, 4, 5. Ma v. anche: AA.VV., La politique à la television, “Mots”, 1989, n. 20; F. H. de Virieu, La médiacratie, Flammarion, Paris, 1989; G. Mazzoleni, La comunicazione politica, Il Mulino, Bologna, 1998, capp. II e VII.

[/i] Per queste tematiche cfr. S. Fabbrini, Il principe democratico. La leadership nelle democrazie contemporanee, Laterza, Roma-Bari, 1999, Parte Seconda.

[i] D. Hine, Silvio Berlusconi, i media e il conflitto di interessi in P. Bellucci - M. Bull, Politica in Italia, edizione 2002, cit.

[i] E. Poli, Forza Italia. Strutture, leadership e radicamento territoriale, Il Mulino, Bologna, 2001, pp. 32-33. Sulla cultura aziendale come importante risorsa “invisibile” v. P. Gagliardi (a cura di). Le imprese come culture, Isedi-Utet, 2ª ed., Torino, 1995.

[i] N. Bobbio, Tra due repubbliche. Alle origini della democrazia italiana, Donzelli, Roma, p. 134.

[i] A. Forconi, Parola da Cavaliere. Il linguaggio di Berlusconi dal tempo del potere al tempo dell’opposizione, Editori Riuniti, Roma, 1997, pp. 127-128. Le frasi di Berlusconi citate nel testo sono ricavate da questa ricerca linguistica.

[29] Cfr. M. Fotia, Debole come una quercia. Il neoliberismo di sinistra, Dedalo, Bari, 1999, pp. 96-104.

[i] Itanes, Perché ha vinto il centro-destra, Il Mulino, Bologna, 2001, p. 170.

[i] Ibidem, p.171.

[i] P. Pellizzetti, Estetica berlusconiana, “Micromega” 2002, n. 4, p. 66. Una summa dell’incontenibile narcisismo di Berlusconi è l’opuscolo “Una storia italiana”, Mondadori, Milano, 2001, distribuito nelle case degli elettori.

[i] E. Poli, Forza Italia, cit., p. 35.

[i] E. Scalfari, La lobby che blocca la nostra democrazia, “La Repubblica”, 15.12.2002.

[30] Cfr. P. Ignazi, La storia infinita della questione istituzionale, “Il Mulino”, 2003, n. 1. Sul secondo governo Berlusconi è utile vedere, inoltre, AA.VV., Il governo Berlusconi, Laterza, Roma-Bari, 2002.

[31] Radicalmente diversa, in quanto tutta centrata sulla contrapposizione tra rafforzamento della magistratura e indebolimento della classe politica nella stagione di Mani Pulite, è l’interpretazione di C. Guarnieri, Mani Pulite: le radici e le conseguenze, “Il Mulino”, 2002, n. 2, la quale prevede una, a dir poco, improbabile conclusione della vicenda: “E quindi possibile, egli scrive, che, se il Polo riuscirà a consolidarsi al governo, le tensioni di questo periodo siano destinate a lasciare il campo a forme di convivenza e, in certi casi, di relativa collaborazione” (p. 231). Più agganciata alla realtà è, invece, la tesi di I. Diamanti, Isolare i giudici e fuggire da Milano, “La Repubblica”, 4.8.2002.

[i] P. Taggart, Il populismo, Città Aperta, Troina (En), 2000, p. 153. Ma sul tema del populismo v. anche Y. Meny-Y. Surel, Populismo e democrazia, Il Mulino, Bologna, 2001.

[32] P. Ignazi, L’intramontabile fascino del populismo, “Il Mulino”, 2002, n. 1, p. 61.

[i] Itanes, Perché ha vinto il centro-destra, Il Mulino, Bologna, 2001, III. Le casalinghe di Berlusconi.

[33] I. Diamanti, L’amorale civica degli italiani, “La Repubblica”, 15/12/2002.

[/i] Per quanto riguarda, in particolare, la presenza della criminalità organizzata nell’economia e nella politica, v. M. Fotia, Mafia, in “Nuovo Dizionario di Sociologia”,cit; M. Centorrino, Economia assistita da mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1994; D. Della Porta-A. Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica. Risorse, meccanismi, attori, Il Mulino, Bologna, 1994, cap. X. Mafia, politica e mercato negli scambi corrotti.

[/i] Cfr. M. Santoro, Oltre lo Stato. Dentro la mafia. Note per l’analisi culturale di una istituzione politica, “Teoria Politica”, 2000, n. 2.