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Analisi-inchiesta: il movimento dei lavoratori:tra cambiamento e indipendenza

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Luciano Vasapollo
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Docente di Economia Aziendale, Fac. di Scienze Statistiche, Universit’ “La Sapienza”, Roma; Direttore Responsabile Scientifico del Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES) - Proteo.

Rita Martufi
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Consulente ricercatrice socio-economica; membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Trasformazioni Economico Sociali (CESTES) - PROTEO

Sabino Venezia
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Il contraddittorio legame tra le trasformazioni economico-produttive e alcuni passaggi-chiave della storia del movimento sindacale dal dopoguerra ad oggi (Prima parte)
Rita Martufi, Luciano Vasapollo, Sabino Venezia

 

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Il contraddittorio legame tra le trasformazioni economico-produttive e alcuni passaggi-chiave della storia del movimento sindacale dal dopoguerra ad oggi (Prima parte)

Luciano Vasapollo

Rita Martufi

Sabino Venezia

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Tuttavia, da un lato lo sviluppo dell’industria portò con sé lo sviluppo di un sindacato più forte, dall’altro le maggiori disponibilità economiche e la convinzione che un miglioramento economico dei lavoratori serviva anche ai “padroni” (altrimenti chi comprava le “600”?) comportarono condizioni favorevoli per lo sviluppo del diritto del lavoro.

Ciò anche grazie alla “dottrina sociale” della Chiesa, che influì positivamente su una parte della Democrazia cristiana, consentendo un’ampio consenso, anche da parte di settori moderati, intorno a riforme che oggi vengono tacciate come “comuniste” e antiliberali.” [1]

 

5.4 Riorganizzare il sindacato di classe

Verso la metà degli anni ’50 la CGIL pose il problema della riorganizzazione del sindacato a partire “dal problema di direzione, di efficienza e di democrazia interna.” [2]

In effetti la necessità di riorganizzazione subì gli influssi:

• della criticità del comunismo internazionale dopo i fatti Ungheresi e Polacchi, il 23 giugno del ’56 a Poznan, in Polonia, i lavoratori protestano per migliori condizioni di lavoro e salari adeguati, una delegazione sindacale, inviata a Varsavia per le trattative, verrà arrestata; la risposta in fabbrica non si lascia attendere, gli scontri saranno durissimi e il bagno di sangue avrà echi internazionali. La CGIL e Di Vittorio in prima fila, si schiera con i lavoratori e contesta la versione dell’Unità, organo di stampa del PCI, secondo il quale all’origine ci sono le manovre di alcuni agenti provocatori: “se non ci fosse stato un malcontento diffuso e profondo negli operai, i provocatori sarebbero stati facilmente isolato. Dovete eliminare il malcontento per eliminare le provocazioni” la spaccatura con il Partito Comunista è ormai avvenuta, le condizioni della classe operaia in Europa sono disastrose, l’8 Agosto 139 italiani muoiono nella sciagura delle miniere di Marcinelle, in Belgio, nei giorni successivi si conteranno definitivamente 263 cadaveri, il 26 Ottobre in Ungheria scoppia la rivolta, il PC Ungherese chiede aiuto ai sovietici. La CGIL condannerà l’intervento sovietico in Ungheria.)  [3]

• quanto evidenziato nel punto precedente porta i primi segni di spaccatura tra CGIL e PCI.La CGIL di Di Vittorio e il PCI di Togliatti daranno un giudizio diverso sull’operato di Chruscev e sul percorso dell’Unione Sovietica, giudizio che orienterà prepotentemente la CGIL sulla strada dell’autonomia del partito.

• Va inoltre considerata la conseguente e quasi diretta crescita, all’interno della stessa CGIL, della corrente socialista, la cui impronta revisionista si caratterizzò anche con la progressiva autonomia dal PSI (già in collaborazione politica con la DC; collaborazione sancita dai congressi di Torino del ’55, di Venezia del ’57 e di Napoli del ’59).

5.5 Le modificazioni socio-produttive e nella composizione di classe

Si assiste, di fatto, ad una crescita economica che modificherà le strutture sociali del paese e, di conseguenza, la composizione della classe operaia. L’Italia si colloca, a partire dalla fine degli anni ’50, tra i paesi industrializzati anche se tale privilegio, fatto di maggiori salari e tendenza alla piena occupazione nel modello fordista, stenta ad approdare nel paese. Va tuttavia registrato che il così detto “miracolo italiano” si concretizzo anche perchè:

• l’esportazione italiana aumenta considerevolmente, grazie anche ad elementi congiunturali quali la crescita dell’economia americana, (e la conseguente stabilità del dollaro) e all’apertura dei mercati internazionali che ne facilita lo sviluppo,

• la stabilità monetaria aiutò l’aumento degli investimenti diretti,

• le grandi opere pubbliche che lo Stato effettuò rappresentarono un importante sostegno allo sviluppo del paese.

Tale processo durerà un intero quinquennio, dal ’58 al ’63, fino cioè alla crisi del ’64-’65

Il censimento realizzato dall’ISTAT nel 1951 fornisce una panoramica della distribuzione degli occupati nei settori primario, secondario e terziario. (Cfr. Graff.1, 2, 3)

In questi anni cominciò a svilupparsi il concetto di “distretto industriale” (ossia una raggruppamento territoriale di imprese indipendenti e specializzate in una singola industria o filiera) o unità locali.

Il distretto si caratterizza per la specializzazione dl lavoro, per l’ambiente di lavoro e per l’ambiente esterno al quale fa riferimento (ossia le relazioni commerciali, le reti ecc.).

Nel settore primario, secondario e terziario, nel Nord e nel Centro, il rapporto fra imprese e distretti era evidentemente, molto diverso fra Nord e Sud. Questo anche perché al sud era più facile installare piccole strutture e formare il personale con meno costi, rispetto alla complessità del lavoro in fabbrica.

Per quanto riguarda gli occupati, si manifesta la persistenza del divario fra nord e sud e i relativi problemi di occupazione. Sia per la fuga dei giovani verso il Nord, sia per una mancata, voluta dagli industriali e dal Governo, propensione allo sviluppo del Sud, gli addetti, in tutti i settori risultano essere maggiormente occupati al Nord Italia.

Come si è visto in precedenza è proprio in questi anni che si sviluppa e si rafforza l’organizzazione sindacale dei lavoratori; la nascita della CGIL (Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori) nel 1944 e la successiva scissione in CGIL, CISL e UIL hanno portato negli anni ’50 ad una crescita delle iscrizioni dei lavoratori ad un sindacato (anche se alla fine del decennio si è avuto un notevole rallentamento degli iscritti dovuto alla percezione da parte dei lavoratori della scarsa attività e incisività dei sindacati). Cfr. Tabb. 1, 2, 3.

In questo periodo come si è scritto si ha una prima e profonda trasformazione socio-occupazionale con una forte industrializzazione del Paese. Ciò a inizio degli anni ’60 porta al declino dei distretti industriali, fino ad allora motore trainante della microeconomia italiana. Nel 1951 risultano, dal censimento, 149 distretti sparsi su tutto il territorio, e principalmente al Sud, in particolare in Campania e in Calabria. Negli anni successivi questi sistemi locali quasi spariscono probabilmente perché soggetti alla forte concorrenza esercitata dalle imprese del Centro-Nord, che mirano a inglobare anche questi piccoli centri produttivi. Questo porta alla progressiva desertificazione di queste realtà meridionali. Le strutture e le dimensioni distrettuali comunque dopo questa temporanea battuta d’arresto daranno vita negli anni a venire a una realtà decisamente positiva nell’economia italiana.

I cambiamenti sociali di questo periodo trovano sicuramente conferma sia nella nazionalizzazione dell’Energia Elettrica, ma soprattutto nell’affermarsi del ruolo della donna nella vita sociale del Paese, gettando le basi di un futuro inserimento anche nel mondo del lavoro (fine anni sessanta).

Il 1946, infatti, è l’anno in cui le donne possono per la prima volta in Italia esercitare in diritto al voto, un diritto che era stato a lungo negato nonostante le battaglie condotte per molti anni. Il diritto appena acquisito contribuisce a riconoscere, a chi aveva contribuito in maniera decisiva alla democratizzazione e alla crescita economica del Paese, con un ruolo decisamente fondamentale nella società italiana.

Concludendo, è necessario sottolineare che all’indomani della seconda guerra mondiale le sostanziali modificazioni produttive italiane hanno sì aggravato la situazione di alcuni settori economici (la scomparsa a esempio dei distretti industriali e il progressivo abbandono delle campagne), ma, al contempo, la forte crescita dell’Industria ha portato l’Italia verso la piena occupazione nei primi anni ’60. Nel 1963, infatti, si registra un tasso di disoccupazione pari al 3,9 %, il più basso mai raggiunto nel nostro Paese.

5.6 La fase della programmazione

Lo sviluppo del capitalismo, specie quello industriale, della fine degli anni ’50 evidenzierà però, nel decennio successivo, tutte le sue contraddizioni.

Le logiche di profitto determinano un impoverimento delle condizioni di vita della società e i valori di solidarietà e giustizia sociale, ricompresi anche nella morale della Chiesa cattolica, spingono la CISL verso quei temi già cari alla sinistra sindacale determinando, di fatto, un rinnovamento del processo unitario del sindacalismo italiano [4].

Tale processo si arricchisce della importante impronta della componente socialista della CGIL che vede nella volontà unificatrice lo strumento per un nuovo corso del sindacalismo italiano. Tale volontà si concretizzerà nella logica di programmazione, utile nei rapporti con i lavoratori ma ancora di più nei confronti di Governo ed industriali. Unica voce in dissenso la sinistra CGIL che, pur contestando il modello anglosassone, riproporrà il significato del sindacato come unico strumento di legittimazione e difesa delle esigenze dei lavoratori [5].


[1] Giovanni Cannella (magistrato di Corte d’Appello)(pubblicato su D&L, Riv. crit. dir. lav. 4/2001, p.873). L’articolo, che è pubblicato anche su Omissis (www.omissis.too.it), riproduce la relazione introduttiva per l’assemblea pubblica e dibattito dal titolo “No al lavoro senza diritti”, organizzata a Roma il 14/12/01 dal Forum Diritti-Giustizia (Social Forum Roma)-Antigone, Cred, Giuristi democratici, Progetto diritti, Camera del lavoro e del non lavoro, Cobas, Rdb, Avvocati progressisti italiani, Magistratura democratica romana.

[2] A. Pepe - La difficile legittimazione - ora in Quaderni CESTES n° 9.

[3] Tragedia nella miniera di Marcinelle in Belgio. Crollata una galleria rimangono intrappolati 237 minatori di cui 139 sono italiani. Emigranti che non dimentichiamo si recavano in Belgio, paese che aveva fatto una convenzione sull’immigrazione con l’Italia . Per ogni minatore inviato a lavorare nelle miniere veniva riconosciuta l’importazione all’Italia di due quintali di carbone al mese per ogni uomo. Le acciaierie in Italia potevano produrre acciaio e auto anche per mezzo di questi poveri e affamati disgraziati. 50.000 furono inviati in Belgio reclutandoli quasi tutti nel Veneto (23.500) a lavorare in condizione inumane con l’assenza totale di norme di sicurezza che provocarono numerosi incidenti. Però solo questo in pieno agosto mentre gli italiani erano in vacanze, provocò fortissima emozione e un grande sdegno. Ma non un giornale parlava di questo famigerato contratto uomo=carbone. Il Belgio le sue buone ragioni le aveva. Non aveva più nessun olandese che scendeva nelle miniere mentre gli italiani li si accontentava con molto poco: baracche per viverci e condizioni di lavoro inumane.

[4] III Congresso CISL Roma 19-22 marzo 1959

“Il III Congresso confederale si svolge a Roma al Palazzo dei congressi dell’Eur. Vi partecipano 662 delegati, di cui 261 rappresentanti delle Usp e 401 delle federazioni e sindacati di categoria. Gli iscritti alla Cisl sono 1.654.242. I punti principali affrontati nella relazione sono: l’autonomia sindacale, il rapporto sindacato-partito, l’unità dei lavoratori, la politica contrattuale. Il Congresso conferma la linea della Cisl di riferire l’incremento salariale all’incremento della produttività del lavoro; sollecita un maggior snellimento delle procedure della contrattazione, il riordinamento dell’assetto zonale salariale e la parità di retribuzione tra uomo e donna.

Viene inoltre ribadito il giudizio negativo sull’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione e viene indicata, in linea di principio, l’incompatibilità tra responsabilità sindacali e responsabilità politiche e parlamentari”, in http://online.cisl.it/arc.storico/%233514667).

[5] Tra il ’56 ed il ’60 il sindacalismo socialista dentro la CGIL interpreta la fase di grande espansione del capitalismo e coglie lo stimolo per rinnovarsi ed adeguarsi, tentando l’isolamento della corrente comunista ed assumendo un alto valore politico, mantenendo cioè un sostanziale equilibrio con il partito di riferimento da un lato e nel tentativo di mantenere l’unità della CGIL dall’altro (nonostante le continue richieste di combattere la componente comunista che arrivano da CISL e UIL).