1. Da Seattle a Genova... [1]
Da Seattle a Genova, un movimento nuovo ha investito con
forza la globalizzazione. L’internazionalismo del movimento, il rifiuto di forme
elitarie di organizzazione, e i tentativi di unire lavoratori e ambientalisti (e
altre forze) sono del tutto esemplari, come lo è l’opposizione esplicita di una
sezione crescente del movimento contro lo stesso "capitalismo
globale".
Se questo movimento nuovo potrà imparare dagli errori
passati della Sinistra, potrà evitare di ripeterli. Uno errore chiave, credo,
è la tendenza di prendere particolari forme e istituzioni del
capitalismo--proprietà privata, il mercato, società per azioni, e dominazione
imperialista, il Fondo Monetario Internazionale ecc.--per il capitalismo stesso.
Lottare solamente contro specifiche forme istituzionali equivale a permettere al
capitalismo di riemergere sotto forme nuove, come la proprietà statale e/o
un’economia pianificata. Un altro errore è quello di supporre che la radice dei
nostri problemi sia l’avidità o il mal volere dei capi delle istituzioni
capitaliste piuttosto che le leggi economiche oggettive a cui anche loro sono
sottoposti. Qualche cosa di più fondamentale deve essere sostituito che non
riguarda solo le persone in carica.
Quello che penso che debba essere sostituito è la produzione
del valore. Il capitalismo ha ristrutturato la produzione e in verità tutta la
vita attorno all’incessante necessità di produrre e accumulare sempre più
valore come fine a se stesso. La storia ha mostrato, credo, che questo processo
non può essere soggiogato e pianificato maneggiando le sue forme istituzionali.
Ogni impresa capitalista e ogni nazione devono fare tutto ciò che possono per
espandere il valore al massimo se non vogliono soccombere nella lotta
competitiva. Le istituzioni capitaliste e i loro leader devono fare del loro
meglio per espandere al massimo il valore se non vogliono essere sostituiti da
istituzioni e leader che sapranno meglio comportarsi in tal modo.
Così il movimento contro il capitalismo globale farebbe bene
a lottare non solo le battaglie concrete e immediate, che sono certamente
necessarie e importanti, ma anche la battaglia contro la produzione del valore
stessa. E farebbe bene a considerare lavori come il Capitale di Marx che
analizza il processo di produzione del valore e indica l’alternativa--una
società nella quale la meta è "lo sviluppo dei potenziali umani come un
fine in se stesso" (Marx 1981:959)----e lavori come Dunayevskaya (1967),
Marxismo e Libertà, che aiuta a concretizzare e a sviluppare questa prospettiva
umanista alla luce di eventi più recenti.
Ma il resto di questo articolo non riguarda tutto ciò,
almeno non direttamente. Riguarda un paio di ostacoli che stanno impedendo ai
militanti e ai pensatori di potere ritornare seriamente al concetto di valore
come è stato sviluppato in lavori come il Capitale e Marxismo e Libertà.
Un ostacolo è l’idea che la teoria del valore di Marx è
contraddittoria e addirittura sbagliata. Un altro è l’ipotizzare che gli
economisti moderni (sia marxisti che sraffiani) hanno realizzato le versioni
corrette della teoria del valore di Marx--fondamentalmente la stessa teoria ma
senza tutti i suoi errori e contraddizioni--così che, sebbene un ritorno
diretto a Marx non sia possibile, si può ritornare a Marx attraverso questi
eredi del suo progetto. Spero di dimostrare che entrambe tali idee sono false.
2. Le "Contraddizioni Interne" di Marx
Economisti marxisti e anti-marxisti non saranno d’accordo su
molto, ma pressoché tutti sono d’accordo sul fatto che le teorie di Marx del
valore, profitto, e crisi economiche sono state dimostrate essere impregnate da
contraddizioni. In altre parole, molte delle sue conclusioni teoriche più
importanti sarebbero state dimostrate essere non valide. Sarebbe perciò
impossibile accettare le teorie di Marx nella loro forma originale.
Pressoché tutti gli economisti marxisti sono anche d’accordo
con gli anti-marxisti che la analisi di Marx della produzione capitalista non
merita neanche di essere discussa o insegnata come una teoria viva. Se la sua
analisi sarebbe internamente contraddittoria, non avrebbe senso, e così non
potrebbe essere giusta--anche se i fatti possono sembrare sostenere Marx e i
suoi argomenti potrebbero sembrare convincenti. Le presunte prove delle
contraddizioni interne servono così come una giustificazione potente per
l’esclusione quasi totale della critica marxiana della economia politica, nella
sua forma originale, sia dagli istituti di insegnamento che dalle pubblicazioni.
C’è, comunque, una differenza significativa fra i critici di
Marx. Gli anti-marxisti usano le prove presunte delle contraddizioni interne per
sostenere che le teorie di Marx dovrebbero essere rifiutate. I marxisti e gli
sraffiani (seguaci di Piero Sraffa, 1960), d’altra parte, si considerano gli
eredi del progetto di Marx piuttosto che i suoi critici. In uno modo o nell’
altro, tutti si vantano di aver "corretto" i suoi errori-cioè, di
arrivare in pratica alle stesse conclusioni a cui arrivò Marx, ma in un modo
logicamente accettabile. Per esempio, Riccardo Bellofiore (1997:2) scrive "
il mio punto di partenza è che il progetto di Marx non si può difendere come
è, e che le contraddizioni sulle quale i critici hanno insistito sono veramente
lì, nel Capitale. [Tuttavia] il "nocciolo" della sua critica della
economia politica... può essere stabilito su una base teoretica più solida”.
Similmente, Mongiovi (2001:3), uno dei principali sraffiani
americani,, scrive che "gli errori di Marx sono, alla fin fine, minori;
infatti essi possono essere eliminati attraverso una revisione della forma nella
quale la sua teoria del valore e distribuzione è presentata, senza minare
nessuna delle sue asserzioni fondamentali su come il capitalismo funziona e su
come si sviluppa storicamente”.
3. Le "Correzioni" di Marx
Intendo dimostrare che queste asserzioni sono false. Le
versioni cosiddette corrette della teoria di Marx non riportano i suoi risultati
teorici su una base più solida. Al contrario, esse minano le sue tesi
fondamentali circa il funzionamento e lo sviluppo del capitalismo. Esiste una
grande varietà di proposte di correzione, ma tutte negano molti dei risultati
teorici di Marx, includendo alcuni dei più importanti.
Il più importante di tutti i risultati marxiani negati è
" la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto". Questa
legge è al centro della sua tesi che le crisi economiche sono inevitabili nel
capitalismo. Marx argomentò che la natura stessa del capitalismo costringe le
imprese a cercare profitti sempre maggiori, e così ad adottare innovazioni più
produttive e ’labour saving’. Ma sebbene le imprese considerate individualmente
possano elevare così i loro saggi di profitto, Marx sostenne, che tali
innovazioni tenderanno necessariamente ad abbassare il saggio di profitto medio,
cioè il saggio di profitto per la economia nella sua totalità.
Tratterò più tardi gli argomenti che supportano questa
conclusione. Qui, il punto è che tutte le "correzioni" di Marx
(includendo quelle preferite da Bellofiore e Mongiovi) portano alla conclusione
che la sua legge è falsa; secondo tali ‘correzioni’ le innovazioni
tecnologiche che aumentano la produttività aumentano, e non abbassano,
necessariamente il saggio di profitto medio. Così la versione di Bellofiore
del" nucleo fondamentale della sua critica dell’economia politica," e
la versione di Mongiovi delle "sue tesi di base riguardanti il
funzionamento del capitalismo e il suo sviluppo nel corso della storia"
rifiutano proprio quella legge che Marx (1973:748) considerò essere "in
ogni rispetto la legge più importante dell’economia politica e moderna."
Un altro risultato importante di Marx, che è negato da tutte
le cosiddette correzioni, è la sua teoria che il profitto viene dal
"lavoro non retribuito" (anche chiamato "pluslavoro") dei
lavoratori. Marx riconobbe che l’ammontare di profitto che un’impresa realizza
differisce dal "plusvalore," l’equivalente monetario del lavoro non
retribuito estratto dai lavoratori. Tuttavia ribadì chiaramente che le
differenze si annullano a vicenda. Se l’economia è presa nel suo insieme, il
profitto totale equivale al plusvalore totale e corrispondentemente il prezzo
totale (il totale ricevuto dai capitalisti tramite la vendita dei loro beni)
equivale al valore totale prodotto dal lavoro.
La maggior parte delle "correzioni" di Marx
sostengono che egli aveva torto anche su questo punto. Una volta che i suoi
"errori" sono corretti, le due uguaglianze non possono essere valide
allo stesso tempo. Questo è il famoso "problema della
trasformazione," il cosiddetto problema inerente alla
"trasformazione" di valori in prezzi e del plusvalore in profitti.
Tale ’problema’ è di nuovo al centro dell’attenzione nella rinnovata
discussione sulla teoria del valore nella Sinistra italiana (si veda l’articolo
di Guglielmo Carchedi in questo numero).
È una sfortuna che il dibattito si sia focalizzato così
strettamente solo su questo punto, perché "risolvere il problema della
trasformazione"--ottenendo le uguaglianze di Marx--non ha il significato
che si pensa che abbia. Alcune recenti "corrette" versioni della
teoria di Marx ottengono entrambe uguaglianze. Tuttavia, come dimostrerò più
sotto, anche queste "correzioni" non riescono a confermare
l’asserzione di Marx che il pluslavoro di lavoratori è la sola fonte di
profitto. Tutte delle "correzioni" implicano che il profitto potrebbe
essere positivo anche se i lavoratori non erogassero pluslavoro, e che il
profitto potrebbe essere negativo anche se lavoratori erogassero pluslavoro.
4. Confutazioni delle critiche
Ci sono anche molti altri esempi, alcuni dei quali saranno
discussi più avanti, in cui le cosiddette correzioni non riescono a ristabilire
i risultati di Marx su una base teoretica più solida. Tuttavia, e se la base
teoretica di Marx fosse dopotutto solida? E se, in altre parole, le prove delle
cosiddette contraddizioni in Marx fossero esse stesse erronee?
Questa non è fantasia, ma un fatto. Durante le due decadi
passate, un piccolo ma crescente numero di ricercatori, associato con quello che
ora è chiamata l’interpretazione temporale del sistema unico (d’ora in
avanti, TSSI), ha confutato tutte le cosiddette prove delle contraddizioni nella
dimensione quantitativa della teoria del valore di Marx. Quelle che sembrarono
essere conclusioni indifendibili--la legge della caduta del saggio di profitto,
la nozione che tutto il profitto viene da lavoro non retribuito,
ecc.--riemergono come logicamente aderenti a questa interpretazione (si veda
Freeman e Carchedi, 1996).
Il TSSI rimane relativamente poco noto, e impopolare. Tuttavia, anche i suoi
critici hanno cominciato recentemente ad ammettere, anche se a malavoglia, che
il TSSI è stato in grado di confutare le prove dichiarate delle contraddizioni
interne in Marx. [2] Queste confutazioni hanno delle conseguenze importanti:
• "il progetto di Marx" può veramente
"essere difeso come è". Le sue teorie, che siano giuste o sbagliate,
possono essere interpretate come logicamente coerenti.
• Nella misura in cui le revisioni fatte dai marxisti e
dagli sraffiani alle teorie di Marx contraddicono i suoi risultati, queste non
sono correzioni--non c’è bisogno di nessuna correzione----ma sono semplicemente
teorie contrarie alla sua.
• L’esclusione delle teorie di Marx nella loro forma
originaria non è un giustificabile tentativo di estirpare errori, ma semplice
censura.
Il TSSI è stato criticato in vari modi. Tuttavia coloro che
desiderano ripristinare le prove confutate delle contraddizioni in Marx devono
fare qualcosa di più che criticare. Devono dimostrare che le confutazioni del
TSSI di queste prove sono sbagliate, sia identificando errori matematici o
logici nelle confutazioni o dimostrando che il TSSI non può essere una lettura
corretta della teoria del valore di Marx. Il TSSI ora ha 21 anni, e niente di
tutto ciò è stato ancora dimostrato.
Nell’assenza di tale dimostrazione, non si può più
sostenere onestamente che "le contraddizioni sulle quale i critici hanno
insistito sono veramente lì nel Capitale". Quando Marx è interpretato in
un certo modo, sembra contraddire se stesso, ma quando è interpretato in un
modo diverso, quelle che sembrano essere contraddizioni scompaiono. Quindi
dobbiamo concludere che, nell’assenza di una prova che le confutazioni del TSSI
siano erronee, le contraddizioni non sono contraddizioni insite in Marx ma
contraddizioni tra le teorie originarie e certe interpretazioni che non riescono
a dare senso a tali teorie.-----
È precisamente questo fatto che costituisce l’evidenza più
forte che queste ‘interpretazioni corrette’ sono sbagliate. Lo scopo di
un’interpretazione, dopo tutto, è di dare senso alle opere originarie. Dato che
il TSSI fa questo ma le cosiddette “interpretazioni corrette” non vi
riescono, queste interpretazioni debbono essere rigettate come inadeguate.
5. La valutazione simultanea contro la teoria del valore di Marx
Ma perché sono sbagliate le prove delle contraddizioni
interne di Marx? Perché le cosiddette versioni corrette delle sue teorie negano
i suoi risultati teorici? E come può il TSSI ottenere questi risultati senza
‘correggere’ Marx?
La risposta è semplice. Le prove dei critici, così come
tutte le loro ‘correzioni’, sono simultaneiste, cioè adoperano una
procedura nota come valutazione simultanea. Come vedremo tra poco, tale
valutazione è incompatibile col principio su cui si basa la teoria del valore
di Marx, il principio che il valore è determinato dal tempo di lavoro. Cosi
tutte le ‘correzioni’ negano i suoi risultati perché rigettano
implicitamente il nocciolo della sua teoria del valore. Le prove delle
contraddizioni falliscono perché le cosiddette contraddizioni scompaiono se non
si valutano le cose simultaneamente. [3] E il TSSI
ottiene i risultati di Marx soprattutto perché rifiuta la valutazione
simultanea sostituendola con la valutazione temporale e con il principio che il
valore è determinato dal tempo di lavoro. [4]
Ma che cos’è la valutazione simultanea e come contraddice
il sopramenzionato principio?
La valutazione simultanea è il metodo che sopprime i
cambiamenti nei prezzi, o valore delle merci, nel tempo. Si immagini che il
grano è prodotto usando solo grano dello stesso genere, piantato come seme,
più il lavoro dei contadini. Un teorico del simultaneismo sosterrà che un
quintale del seme di grano piantato al principio dell’anno vale tanto quanto
un quintale di grano raccolto alla fine dell’anno.
È facile vedere come questa procedura contraddice il
principio di Marx secondo cui il valore è determinato dal tempo di lavoro.
Secondo la valutazione simultanea, se un quintale di seme di grano vale &5,
un quintale di produzione del grano deve valere anche &5, senza tenere conto
di quanto i contadini hanno dovuto lavorare per produrlo. Avrebbero potuto
affaticarsi per 1000 ore, o solamente per 10 ore--o per nulla del tutto! Non fa
differenza; il valore del grano prodotto non può essere al di sopra né al di
sotto del prezzo del seme di grano. Così la dimensione del valore del grano non
dipende dall’ammontare di lavoro richiesto per la sua produzione.
In altre parole, la valutazione simultanea in effetti
impedisce ai cambi nella produttività di influenzare il prezzo, o valore, del
grano. Si contrapponga questo al mondo reale: quando la produttività
aumenta--quando lo stesso ammontare di lavoro genera più prodotto----i prezzi
delle merci tendono a cadere. Questo è in essenza ciò che Marx voleva dire
quando sostenne che il valore è determinato dal tempo di lavoro. Ma in effetti
non c’è bisogno che Marx ci dica questo; ogni coltivatore sa che può ottenere
un prezzo più alto per un quintale del suo grano dopo un cattivo raccolto che
dopo uno buono. Simultaneismo, d’altro canto, implica che un quintale del grano
prodotto non può valere più di un quintale del seme di grano dopo un cattivo
raccolto, né meno di un quintale del seme di grano dopo un buon raccolto.
Naturalmente, nessuno crede veramente che i prezzi rimangano
costanti nel tempo nel mondo reale. Tuttavia, ciò è esattamente quanto i
teorici del simultaneismo sostengono quando tentano di dimostrare che Marx ha
peccato di contraddizioni interne e tentano di correggerlo. Se i suoi risultati
teorici contraddicono i risultati teorici ottenuti da loro quando valutano tutto
simultaneamente, essi dichiarano che Marx pecca di errori e contraddizioni
interne.
6. Profitto senza pluslavoro nella valutazione simultanea
Sopprimendo i cambiamenti nei prezzi che risultano da
cambiamenti nella produttività, il simultaneismo implica che in effetti il
profitto non ha nulla a che fare col lavoro non retribuito dei lavoratori. Per
capire perché questo è così, sarà utile considerare l’uso che V. K. Dmitriev
fa della valutazione simultanea per tentare di confutare la teoria di Marx del
profitto.
Dmitriev è il più famoso predecessore della teoria
economica di Sraffa. Scrivendo un secolo fa, perseguì inflessibilmente la
logica del simultaneismo fino alla sua conclusione logica: il profitto non
richiede per nulla il lavoro umano. Possiamo, argomentò, "immaginare un
caso nel quale tutti i prodotti sono prodotti esclusivamente dalle macchine,
così che nessuna unità di lavoro vivo,..partecipa alla produzione... Vi può
essere [un] profitto industriale... [,] un profitto che non differirà
essenzialmente in qualsiasi modo dal profitto ottenuto da capitalisti attuali.
[Dmitriev 1974:63]
“[Sebbene] il lavoro salariato non è usato nella
produzione,... vi sarà ciononostante plusvalore, e... ci sarà di conseguenza,
profitto sul capitale.” [Dmitriev 1974:214]
Dmitriev non menzionò mai Marx per nome, ma dal suo uso di
termini come "lavoro vivo" e "plusvalore" è chiaro chi il
suo obiettivo era Marx. Che il redattore del libro di Dmitriev potesse affermare
che "il suo sistema di pensiero è compatibile con le teorie economie
marxiane" (Nuti 1974:7) indica solamente come fosse lontana la teoria
economica marxiana convenzionale da quella di Marx fin dal 1974.
Per tentate di provare questa tesi, Dmitriev costruì un
esempio complesso nel quale vari tipi di macchine producono macchine nuove così
come beni di consumo. Tuttavia, il punto essenziale emerge più chiaramente se
noi consideriamo un caso nel quale un tipo di macchina produce repliche di se
stessa senza qualsiasi lavoro umano. Supponiamo che l’anno comincia con 10
macchine. Queste macchine non esistono più alla fine dell’anno,--si sono
consumate--ma nel frattempo hanno prodotto 12 repliche di se stesse.
Il profitto è qualsiasi valore le 12 macchine nuove hanno
meno qualsiasi valore le 10 macchine originali avevano. In principio, quindi, il
profitto potrebbe avere qualsiasi valore. Il profitto sarà alto se una macchina
nuova vale più di un uno originale, e basso o anche negativo se vale meno.
Mi sembra tuttavia che la teoria del valore di Marx implica
che il profitto sarà zero. Nella sua teoria, il lavoro vivo è la sola fonte
del "valore nuovo," cioè di tutto il valore aggiunto nel processo di
produzione. Qui non c’è lavoro vivo, così non c’è nessuno valore aggiunto. La
somma di valore col quale i capitalisti incominciarono l’anno, il valore delle
10 macchine originarie, è la somma di valore con la quale essi finiscono
l’anno. Così le 12 macchine nuove valgono precisamente quello che le 10
macchine originarie valevano, e il profitto è zero.
Si noti che il prezzo di una macchina è caduto. Ciascuna
macchina nuova vale solamente dieci dodicesimi di quello di una macchina
originaria.
È precisamente per evitare questa caduta nel prezzo--cioè,
precisamente ricorrendo alla valutazione simultanea--che Dmitriev dotò le sue
macchine della capacità di creare valore nuovo, e così il profitto. Se il
prezzo di una macchina rimane costante, le 12 macchine nuove devono valere più
delle 10 macchine originarie, così che il profitto deve essere positivo.
E tuttavia, perché mai il prezzo unitario dovrebbe rimanere
costante? Dmitriev non utilizzò una sola parola per giustificare questa
asserzione. Senza di essa, tuttavia, il suo tentativo di confutare la teoria di
Marx crolla.
Ciò che Dmitriev in effetti dimostrò fu la incompatibilità
della valutazione simultanea con la teoria marxista del profitto. Non importa
che un’economia completamente automatizzata non sarebbe capitalista; il punto è
che il profitto in tale economia "non differirebbe essenzialmente in alcun
modo dal profitto ottenuto da capitalisti attuali". Ne segue che anche se
il lavoro umano è impiegato, esso non è la fonte del profitto. La fonte del
profitto, secondo il simultaneismo è il fatto che l’output fisico è più
grande dell’input fisico.
In marcato contrasto con Dmitriev, teorici posteriori del
simultaneismo hanno dato meno rilievo a questa contraddizione tra i loro modelli
e la teoria di Marx. Ma la contraddizione ancora è là, perché non ha nulla a
che fare con come il teorico si pone nei confronti Marx. È una conseguenza
necessaria della valutazione simultanea.
7. Pluslavoro senza profitto nella valutazione simultanea
Abbiamo visto che “le correzioni” simultaneiste implicano
che vi può essere profitto anche se non vi è pluslavoro. Ma queste correzioni
implicano anche che il profitto potrebbe essere negativo anche se vi è stato
pluslavoro. Così secondo queste correzioni qualche cosa di più che pluslavoro
sarebbe necessario per il profitto. Ma anche questa conclusione contraddice la
teoria di Marx.
Il problema è di nuovo il simultaneismo. Fluttuazioni nei
livelli di produzione e dei prezzi di beni diversi possono produrre profitti
negativi nonostante un pluslavoro positivo quando le cose sono valutate
simultaneamente. I lettori che desiderano verificare questo fatto dovrebbero
considerare l’esempio presentato nella Tabella 1 [5].

Questa tabella è presentata a guisa di
dimostrazione, non per una chiarificazione supplementare. I lettori che non
desiderano verificare la prova possono saltarla senza perdita di continuità.
In questo esempio il profitto è negativo, sebbene il
pluslavoro sia positivo, a causa del modo nel quale il livello della produzione
e il prezzo di bene B hanno fluttuato. In realtà, tali fluttuazioni non sono
probabilmente abbastanza grandi da produrre casi nei quali il profitto è
negativo, sebbene il pluslavoro sia positivo. Tuttavia ciò non vuole dire che
il simultaneismo è compatibile con la teoria del profitto di Marx. Al
contrario, vuole dire che il simultaneismo implica che qualche cosa più del
pluslavoro--livelli di produzione e prezzi che non fluttuano troppo--è
necessario affinché il profitto sia positivo.
Questa conclusione, come la conclusione che il pluslavoro non
è necessario affinché il profitto esista, si applica a tutte le
interpretazioni simultaneiste di Marx, anche quelle che "risolvono il
problema della trasformazione". Tali soluzioni valgono solamente per un
caso speciale (e non interessante) nel quale i tassi di interesse di tutti i
settori sono uguali. Tutte le interpretazioni simultaneiste implicano in
generale che il pluslavoro non è né necessario né sufficiente affinché il
profitto esista.
Il TSSI, al contrario, implica che il pluslavoro è
necessario e sufficiente affinché il profitto (corretto per l’inflazione)
esista. La prova è complessa. Il lettore interessato dovrebbero consultare
Kliman (2001). -----
8. La
"ridondanza" e la "mancanza di significato" del valore in un
sistema simultaneo
Durante le ultime tre decadi, si è discusso molto della
cosiddetta "ridondanza" del concetto di valore. Gli sraffiani, così
come alcuni economisti marxisti, hanno sostenuto che anche se i saggi di
profitto possono essere espressi in termini di valore, essi sono determinati in
effetti da "quantità fisiche"--inputs, outputs e il paniere dei beni
di consumo dei lavoratori. Questa nozione di solito è stata discussa in
connessione col "problema della trasformazione," ma in effetti la
ridondanza del valore non ha nulla a che fare con le deviazioni dei prezzi dai
valori. La ridondanza è puramente una conseguenza della valutazione simultanea.
Se si rigetta la valutazione simultanea si elimina la ridondanza del valore.
Questo può essere visto chiaramente considerando di nuovo il
caso di un’economia nella quale il grano, l’unico prodotto, è prodotto
solamente per mezzo di semi di grano e lavoro vivo. (Tale "modello del
grano" è un concetto utilizzato da molti teorici del simultaneismo,
specialmente gli sraffiani.) In tal caso non ci può essere per definizione un
"problema della trasformazione"--un trasferimento di valore tra
settori- e quindi non ci può essere una deviazione dei prezzi dai valori. Così
il prezzo di grano è uguale al suo valore.
Supponiamo che i capitalisti agrari investano 10 quintali di
grano all’inizio dell’anno, da usare come seme e per pagare i salari, mentre 12
quintali di grano sono raccolti alla fine dell’anno. Se valutiamo
simultaneamente l’investimento e la produzione--cioè se si stabilisce che hanno
lo stesso prezzo per quintale-- i 12 quintali di produzione devono valere
precisamente 20% più dei 10 quintali che furono investiti inizialmente. Così
il profitto deve essere uguale a 20% della somma di valore investita. Ma il
profitto come una percentuale degli investimenti è precisamente quello che è
chiamato il saggio di profitto. Così il saggio di profitto deve essere del 20%.
Ora si osservino due cose. Prima, non interessa quello che è
il valore (= il prezzo) del grano. Che sia alto o basso, il saggio di profitto
è sempre del 20%. Conseguentemente il valore è ridondante. (Che mondo
meraviglioso! I coltivatori non devono preoccuparsi se il prezzo del loro grano
cade, né devono sciupare soldi per fare pubblicità e ricerche di mercato per
ottenere un prezzo più alto.) Secondo, il saggio di profitto è identico al
tasso di incremento del grano, il 20% è la differenza tra il grano prodotto e
il grano investito. Se il raccolto fosse stato solo di 11 quintali, il saggio di
profitto sarebbe stato del 10%. Se il raccolto fosse stato di 13 quintali, il
saggio di profitto sarebbe stato del 30%. Così il saggio di profitto è
determinato esclusivamente da quantità fisiche--inputs, outputs e il paniere
dei beni di consumo.
È chiaro che queste conclusioni dipendono essenzialmente
dalla valutazione simultanea. Se il valore del grano non è costante, ma è
determinato dal tempo di lavoro--se, in altre parole, il suo valore cade quando
la produttività cresce--le conclusioni sono completamente opposte. Supponiamo
che il valore iniziale sia di £156 al quintale, mentre il valore della
produzione del grano è anche di £156 se sono stati raccolti 11 quintali, ma
cade a £143 se sono stati raccolti 12 quintali e £132 se sono stati raccolti
13 quintali. In tutti i tre casi, il saggio di profitto è del 10%. Il saggio di
profitto non dipende più solamente su quantità fisiche. Dipende anche da
cambiamenti nel valore del grano. Il valore non è più ridondante.
Il nostro modello del grano ci permette anche di illustrare
in un modo semplice un’altra conseguenza della valutazione simultanea, i
valori negativi. Supponiamo che 10 quintali di grano siano stati piantati
all’inizio dell’anno, e i contadini lavorano 4.000 ore in quell’anno.. Ma a
causa del cattivo tempo solamente 8 quintali di grano sono raccolti. Mi sembra
che la teoria di Marx implichi che gli 8 quintali prodotti valgono più dei 10
quintali di seme di grano, perché il lavoro vivo ha aggiunto valore nuovo
durante la produzione. Ma il simultaneismo ci dice che gli 8 quintali valgono
solamente otto decimi dei 10 quintali originari. Questo conduce al risultato
senza significato che il valore per quintale misurato in termini di tempo lavoro
è - 2.ooo ore di lavoro.
Questi esempi dimostrano che la valutazione simultanea
implica che il valore è ridondante, e che i valori possono essere negativi,
anche quando i prezzi sono uguali ai valori. Questi problemi non hanno perciò
nulla a che fare col cosiddetto "problema della trasformazione". E
quindi anche le interpretazioni del simultaneisti di Marx che "risolvono il
problema della trasformazione" implicano che il valore è una nozione
ridondante e senza significato.
9. La legge del saggio crescente di profitto nell’interpretazione
simultanea
Ritorniamo, infine, al perno della teoria di Marx della crisi
capitalista, la legge che Marx considerò essere "la legge più importante
dell’economia politica moderna": la legge della caduta tendenziale del
saggio di profitto. Come abbiamo visto, la valutazione simultanea contraddice
elementi chiave delle teorie di Marx per una ragione molto semplice: è
incompatibile con la determinazione del valore dal tempo di lavoro. In altre
parole, la valutazione simultanea impedisce artificialmente che aumenti di
produttività riducano i prezzi (valori) delle merci. Questa è la ragione per
cui il simultaneismo implica che la legge di Marx è falsa.
Marx argomentò che il saggio di profitto tende a cadere quando la
produttività aumenta e a causa di tale aumento di produttività [6]. I teorici simultaneisti hanno tentato di
provare che questo non può essere il caso. Essi sono d’accordo che il saggio di
profitto può cadere, ma non perché aumenta la produttività. In effetti, se
tutto è valutato simultaneamente, una produttività crescente tenderà
necessariamente a aumentare il saggio di profitto, non ad abbassarlo. Come si è
visto sopra, se aumenti di produttività causano un aumento della produzione del
grano da 11 quintali a 12 quintali, a 13 quintali per ogni 10 quintali di grano
investiti, questo " saggio di profitto materiale" aumenta
necessariamente dal 10% al 20% al 30%.
Tuttavia, non appena riconosciamo che un aumento della
produttività tende a deprimere i prezzi, la legge di Marx sembra del tutto
sensata. Spinte a cercare profitti sempre più alti, le imprese introducono
innovazioni sempre più produttive e labour saving. Da una parte gli aumenti di
produttività aumentano la produzione fisica in relazione agli inputs fisici. È
questo l’effetto su qui si focalizza il simultaneismo.
D’altra parte però c’è anche un effetto contrario che il
simultaneismo ignora: questi stessi aumenti di produttività tendono a causare
una caduta nel tempo dei valori e dei prezzi. Conseguentemente, il saggio di
profitto reale (in valore o prezzo) tenderà a cadere in relazione al "
saggio di profitto materiale" dei teorici del simultaneismo. È così
possibile che il saggio di profitto reale diminuisca continuamente nel tempo
sebbene il " saggio di profitto materiale" salga continuamente (si
veda, e.g., Freeman e Kliman 2000).
Senza informazioni ulteriori, non è possibile dire di più
sull’andamento del tasso di profitto nel tempo. Il suo percorso dipende da
come, e con che velocità, cambiano la tecnologia, i prezzi, i salari, e altri
fattori. Ma quanto detto dovrebbe essere sufficiente per spiegare come aumenti
di produttività possano causare una caduta del saggio di profitto e
quindi per spiegare cosa ci sia di erroneo con i tentativi del simultaneismo nel
dimostrare che tale caduta è impossibile.
Questo punto è molto importante, perché i critici di Marx
hanno tentato di respingere le sue teorie della caduta del saggio di profitto e
della crisi economica senza neanche esaminare l’evidenza empirica. Come John
Roemer (1981:113), un ’Marxista Analitico’ critico di Marx, ha notato, perché
esaminare l’evidenza empirica se la teoria Marxista della caduta del saggio di
profitto non può essere giusta?
La dimostrazione del TSSI che la teoria di Marx potrebbe
essere valida dimostra allo stesso tempo che questa teoria merita di essere
esaminata di nuovo, senza pregiudizi e sulla base dell’evidenza. I marxisti e
non-marxisti che escludono la teoria di Marx dal loro insegnamento e dalle loro
riviste non eliminano errori dalla scienza ma fanno opera di censura.
Bibliografia
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[1] Questo saggio è stato tradotto dalla
versione originale in inglese ed è dedicato dall’Autore alla memoria di Carlo
Giuliani.
[2] Il teorema di Okishio avrebbe provato che la legge marxiana
della caduta tendenziale del saggio di profitto sarebbe falsa. Tuttavia
recentemente due prominenti marxisti hanno dovuto ammettere che questo non è il
caso. Foley (2000; 282) scrive che la ricerca del TSSI dimostra che “il
teorema di Okishio, nella sua accezione letterale, è sbagliato... il saggio di
profitto in termini di denaro e di lavoro [possono] cadere nelle circostanze
specificate nelle sue ipotesi”. In maniera simile, Laibman (2000b; 275) annota
che il teorema di Okishio non prova nulla circa la tendenza del saggio di
profitto reale ma solo che “il nuovo saggio di profitto materiale deve essere
maggiore di quello precedente”.
La ‘prova’ chiave (e unica) della contraddizione interna
dell’approccio Marxiano della trasformazione dei valori nei prezzi di
produzione è quella di Bortkiewicz. Bortkiewicz (1952:6-9) sostenne che la
differenza nei prezzi degli inputs e degli outputs nella procedura di Marx crea
un illegittimo crollo nel processo di riproduzione. Tuttavia Laibman riconosce
che la ricerca del TSSI ha confutato l’asserzione di Bortkiewicz. I prezzi
degli inputs e degli outputs sono differenti nei contro-esempi del TSSI e
tuttavia “l’equilibrio nella riproduzione esiste da un periodo all’altro”
(Laibman 2000a:323). (Vedi Kliman and McGlone, 1990, per la prima di tali
confutazioni). Similmente, Mongiovi (2001:33) ammette “l’assenza di errori
aritmetici” nei modelli del TSSI più il fatto che, in questi modelli, “non
è assolutamente possibile che i postulati di invarianza di Marx [profitti
totali = plusvalore totale e prezzi totali = valore totale] possano essere
violati”.
[3] Nel suo tentativo fallito di dimostrare
che la spiegazione di Marx della trasformazione dei valori in prezzi di
produzione conduce ad un collasso del processo di riproduzione, Bortkiewicz
naturalmente adottò la procedura non simultaneista di valutazione di Marx.
Tutti gli altri tentativi di dimostrare l’esistenza di errori o di
contraddizioni interne si basano su valutazioni simultaneiste.
[4] Al fine di ottenere i risultati
teorici di Marx, la valutazione temporale deve essere combinata con la
interpretazione di “un unico sistema”. Secondo tale interpretazione, Marx
sostenne che l’ammontare di denaro che i capitalisti investono nel processo di
produzione dipende dai prezzi degli inputs che essi comprano. Non usò un altro,
immaginario, sistema in cui gli investimenti dipendono dai valori di tali
inputs. Come vedremo, non è possibile combinare la valutazione simultanea con l’interpretazione
di “un unico sistema”.
[5] Alcuni simultaneisti
definiscono il ‘lavoro necessario’ (che si ottiene sottraendolo dal lavoro
vivo al fine di ottenere il pluslavoro) come il valore dei beni consumati dai
lavoratori. Se il tasso del salario è minore di &1 per ora e se i
lavoratori consumano solo il Bene A, il pluslavoro nell’esempio di cui sopra
sarà positivo secondo tale definizione. I fautori della ‘nuova
interpretazione’ e la interpretazione simultanea del sistema unico al
contrario definiscono il lavoro necessario come i salari monetari diviso per il
MELT (l’espressione monetaria del tempo di lavoro). Il pluslavorodeve essere
positivo secondo tale definizione perché il MELT simultaneista è negativoin
entrambe le ore nell’esempio.
[6] Qui e più
sotto uso la parola “tende” per indicare ciò che accadrebbe se non vi
fossero altri cambiamenti che controbilanciano o soppiantano la tendenza. Per
esempio, un eccessivo accumulo di debito pubblico e privato può stimolare la
spesa e quindi può controbilanciare la caduta tendenziale dei prezzi quando la
produttività aumenta.
Se i prezzi rimangono costanti o aumentano, la caduta
tendenziale del tasso di profitto può essere dislocata; le crisi economiche
possono prendere la forma di crisi finanziarie piuttosto che di crisi provocate
da una caduta della profittabilità.